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Gli Imperi dell’Africa Occidentale

    All’inizio del secondo millennio, nell’Africa occidentale doveva ripetersi, più o meno quanto era successo in Nubia: la salita, spesso vertiginosa, sempre gloriosa, di una serie di costruzioni politiche “nere”, attivate dai contatti con una civiltà più avanzata, che assume la funzione di plasmatrice e ispiratrice delle nuove entità.

    Alcuni caratteri sono comuni a tutta l’area e alle sue varie creazioni. Innanzitutto l’influenza dell’Islam. E’ probabile che gli imperi neri si sarebbero comunque formati anche senza questo influsso, ma esso rimane tuttavia importante, per tante ragioni: diede alle popolazioni locali la visione di un grande, solido, affascinante potere imperiale, esteso dall’Atlantico all’Oceano Indiano. Più importante ancora, introdusse nei paesi del Niger costumi e usanze islamiche; poco importava che i neo-convertiti osservassero, a dir poco con molta larghezza, i precetti coranici obbedendo assai più al loro istinto tribale: restava il fatto che, tramite la religione, entravano in contatto con il mondo “storico” e venivano a farne in qualche modo parte. Derivato dal modello arabo fu anche l’impianto della burocrazia “nera”, quando almeno si può parlare di burocrazia in sistemi così autocratici e al tempo stesso decentrati.

    Secondo elemento comune, il forte valore e potere militare degli Stati di colore: essi sorgono sempre per conquista militare, con la forza si mantengono, e solo con la forza sono soppiantati da altre creazioni. E si tratta di eserciti che sanno opporsi con vigore, e talvolta con successo, anche alle truppe dei paesi arabi, all’epoca forse il miglior congegno di guerra esistente al mondo.

    Ancora: ognuno di questi “imperi”, dai confini largamente indefiniti, ma ciononostante dalla non meno notevole importanza, finisce in un certo qual modo per porsi come erede di quello successivo, dando di conseguenza, per secoli, uno sviluppo comune alla storia dell’Africa occidentale. Al regno del Ghana successe quello del Mali; a questo, l’impero Songhai: popoli diversi confluiscono in una trama comune.

    Un ultimo punto ancor più significativo della struttura politica dell’area, è il modo comune con cui questi imperi si sono formati: sempre, all’origine, si trova un capo ambizioso e valoroso, che si presenta al popolo come designato e riesce a dare vigore e coesione a un gruppo tribale o a una federazione di tribù, li porta alla vittoria e stabilisce i confini dell’impero, che poi i successori mantengono e, raramente, sviluppano di molto. Emerge, quindi, tra l’XI e il XV secolo, una serie di condottieri di colore che condizionano la storia dell’intera Africa.

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Nel II secolo a.C. Tolomeo, astronomo e geografo greco, aveva tracciato una carta su cui riportava i Monti della Luna alle cui pendici una regione lacustre dove nasce un primo fiume e, più a valle, un secondo corso d’acqua, proveniente da un altro lago, si congiunge al Nilo.

Questo fece nascere il problema sull’origine del Nilo Azzurro e del Nilo Bianco.

Lo scopritore del Nilo Azzurro fu Jemes Bruce, partito da Algeri nel 1765, si recò al Lago Tana e lo esplorò fino a trovare le cascate di Tississat. Convinto che questa fosse la sorgente del Nilo; risalì il Piccolo Abai, emissario principale del lago Tana e originario anche del Nilo, proclamò così di aver risolto il mistero. In realtà aveva localizzato le sorgenti del Nilo Azzurro.

Richard Francis Burton

In seguito la Royal Geographical Society e il Foreign Office organizzarono una missione ufficiale e l’affidarono a due esperti dell’Africa ed ex ufficiali dell’esercito delle Indie: John Hanning Speke e Richard Burton.

I due ex ufficiali partirono il 16 giugno 1857. Inizialmente la spedizione doveva essere così costituita:

100 portatori;

50 autoctoni per gli scambi commerciali, pagamento pedaggi e contatti con le popolazioni locali;

30 uomini armati come scorta.

John Hanning Speke

Ciò non fu possibile e i membri furono ridotti della metà. Carichi di pesi, i portatori, dovettero affrontare le avversità del territorio venendo, così, decimati dalla stanchezza e dalle malattie. Gli stessi Speke e Burton si ammalarono gravemente e furono costretti a sostare per qualche tempo a Kazeh.

Ripresa la marcia, Burton si diresse verso ovest, anche se la guida araba gli suggeriva di spingersi a nord verso il lago Nyanza.

Il 13 febbraio del 1858 i due raggiunsero il lago Tanganica, ma costretti nuovamente dalle malattie, sostarono a Ugigi. Speke rimase temporaneamente cieco per un’infiammazione oculare, Burton era quasi paralizzato. Ripresa l’esplorazione dell’estremità settentrionale del Tanganica, scoprirono l’imbocco del Ruzizi. Speke non aveva dubbi: non era il Nilo, il lago era a un’altitudine troppo bassa (772 m) per alimentare un fiume come il Nilo.

    Burton e Speke tornarono a Kazeh, intanto tra loro prendevano forma i primi attriti. Speke partì da solo verso nord, Burton, ancora malato, restò a Kazeh.

    Il 3 agosto 1858 Speke giunse a Mwanza dove scoprì il lago Nyanza (68.000 Kmq) e lo battezzò Vittoria. Senza cercarne uno sbocco, tornò a Kazeh e con Burton, incredulo, rientrarono a Londra.

    Contrariamente a quanto promesso a Burton, Speke comunicò alla Rolyal Geographical Society di aver trovato le sorgenti del Nilo.

    La diatriba che ne nacque spingerà Livingstone a cercare egli stesso le sorgenti per difendere e avvalorare la tesi di Burton.

    Speke ripartì per l’Africa con Jemes Augustus Grant, anch’egli ex ufficiale. Arrivati al Lago Vittoria, Speke e Grant si separarono per esplorare da due vie diverse il Lago: Grant verso nord e Speke verso est.

    Il 28 luglio 1862 Speke scoprì le cascate, battezzate Ripon, che confermarono la sua ipotesi: era il lago Vittoria a dare origine al Nilo.

    Tornati a Londra, la società geografica organizzò il faccia a faccia tra Speke e Barton, ma il giorno prima Speke muore misteriosamente in un incidente di caccia. Alcuni ipotizzarono il suicidio.

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Giovanni Miani

Anche l’Italia dell’Ottocento ha dato il suo contributo all’esplorazione geografica e una delle figure di rilievo è quella di Giovanni Miani.

Di padre ignoto e di una merciaia, crebbe presso la casa di un signore veneziano. La sua educazione fu prettamente ispirata da tale figura che, in seguito, lo lascerà erede. Nella casa del generoso signore, Miani studia le arti e le lettere, ha l’opportunità di viaggiare e matura sentimenti risorgimentali.

A seguito della seconda guerra di indipendenza, Miani giunge esule in Medio Oriente e di qui in Sudan.

E’ proprio dal Sudan che comincia la sua carriera di esploratore: disegna una mappa della regione nilotica che pervenuta alla Società di geografia di Parigi, gli porta vari riconoscimenti e l’incarico di una spedizione alla ricerca delle sorgenti del Nilo.

    Nel 1859, Miani, parte dal Cairo costeggiando il Nilo e arrivando, dopo un lungo e faticoso viaggio, a una delle latitudini più a sud del Nilo: a pochi chilometri dal lago Alberto. Infatti, convinto di aver fallito, decise di tornare indietro non ritenendo giusto approfittare delle sovvenzioni.

    Nel 1871, Miani riceve una seconda missione: esplorare la zona tra il Sudan e il Congo settentrionale, la regione dei Manbuttu e BaNgakoi. Questa missione è commissionata e sovvenzionata dal governo egiziano, ma il loro aiuto, sia economico sia pratico, è scarso. Per i trasporti entro la regione, lo affidano a una carovana di mercanti; l’equipaggiamento è scarso. I mercanti approfittano della situazione privando Miani di tutto e lasciandolo solo in una regione nella quale si diceva vi fossero tribù antropofaghe.

    Vecchio, stanco e malato, Miani muore solo in queste regioni. Alcuni anni dopo, Casati, esplorando la zona, ne ritroverà i resti.

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David Livingstone

Tra i viaggiatori più noti spicca la figura di David Livingstone, il quale arrivò in Africa australe nel 1840 come medico missionario presso il deserto del Kalahari, nel villaggio Kuruman. Costretto a partire dopo circa due anni per una sommossa da parte dei boeri, comincia la sua vita da viaggiatore esplorando zone non conosciute.

La sua prima impresa fu inerente all’individuazione del Lago Ngami, riconosciutagli dalla Royal Geographical Society. E’ in seguito a questo riconoscimento che Livingstone intraprende la ‘professione’ dell’esploratore.

    Nel 1851 Livingstone parte dando inizio alla sua nuova carriera e stringe amicizia con i Kololos dello Zambesi.

    Dopo la separazione con la famiglia -la moglie Mary e i figli- il suo obiettivo fu di tracciare una rotta che attraversasse l’Africa del Sud, da costa a costa, evitando i boeri: il programma prevedeva la risalita dello Zambesi, fin dove era possibile, per poi avventurarsi verso occidente e raggiungere l’Atlantico. Il tragitto previsto era di 1800 Km.

    Livingstone organizza, con l’aiuto dei Kololos, una spedizione e nel 1853 inizia la sua avventura. Dove non è possibile navigare lo Zambesi con il battello, Livingstone viaggia a dorso di un bue, ma l’andamento della spedizione via terra è difficile: la vegetazione è troppo fitta e crea disagi non meno del caldo torrido e soffocante.

    La spedizione arriva all’Oceano Atlantico il 31 maggio 1854, Livingstone è sfinito e si ferma per circa tre mesi redigendo un rapporto per la Royal Geographical Society; quando riparte, ripercorre la strada dell’andata.

    Al rientro, Livingstone, traccia i conti del viaggio: tra l’andata e il ritorno ha percorso 4000 Km, ha perso imbarcazioni, provviste, uomini e deviato diversi percorsi. La via non è regolarmente utilizzabile.

    Nel settembre 1855 organizza un’altra spedizione, sempre con l’aiuto dei Kololos, e parte verso oriente. Mentre costeggia lo Zambesi verso valle, il 17 novembre, Livingstone scorge le cascate maestose che battezza “Cascate Vittoria”. Ma nell’attraversare una regione deserta nei pressi delle cascate, si trova a fronteggiare l’ostilità dei bianchi che lo costringono a diverse deviazioni. Arriva sulla costa dell’Oceano Indiano ormai esausto. Nel 1856 la traversata da una parte all’altra del cono meridionale dell’Africa si conclude con il risultato di un ennesimo fallimento: anche la strada verso est è impraticabile.

    Da Quelimane, sull’Oceano Indiano, Livingstone torna in Inghilterra dove si dedica alla stesura dei suoi viaggi e delle sue conoscenze nel libro Missionary Travels and Researches in South Africa.

    Nel 1858, Livingstone parte per l’Africa come console per il Foreign Office e scopre il Lago Niassa, oggi conosciuto come Malawi; ma la missione affidatagli, fondare delle missioni nello Zambesi, fallisce.

    Rientrato in Inghilterra nel 1863, scrive il libro Narrative of an Expedition to the Zambesi and its Tributaries.

    Interessato alla disputa tra Speke e Burton riguardo alle sorgenti del Nilo, Livingstone ottiene il finanziamento dal Foreign Office e dalla Royal Geographical Society per una spedizione nella regione dei ‘grandi laghi’.

    Sbarca alle foci del Ruvuma nel 1866 e, seguendo la pista nord-ovest, arriva ai laghi Niassa e Tanganica. Scopre il Lago Moreo e un suo emissario, il fiume Lualaba che Livingstone ritiene essere il Nilo. Di quest’ultimo, Livingstone, ritiene che il lago Bangueolo, a sud del Moreo, sia la sorgente. Le sue ipotesi non possono essere convalidate a causa di un’improvvisa deficienza fisica e alla contemporanea perdita della cassa dei farmaci. E’ così costretto a ritirarsi a Ugigi sul Tanganica e di là a Lualaba per ridiscendere il corso, ma gli arabi ne intralciano la missione e rientra a Ugigi.

    In Europa si perdono le tracce di Livingstone per tre anni, quando il 10 novembre del 1871, Henry Morton Stanley arriva a Ugigi.

    A inviarlo in Africa alla ricerca di Livingstone, fu il direttore del “New York Herald” di cui Stanley era un inviato speciale. Il direttore statunitense era convinto che se l’impresa avesse avuto esito positivo, il giornale avrebbe ottenuto grande prestigio, come poi avvenne.

    L’incontro tra Stanley e Livingstone passò alla storia per via di una frase di Stanley divenuta celebre: “Doctor Livingstone, I presume?

    I due nutrono subito una reciproca simpatia e decidono di circumnavigare il Lago Tanganica. L’impresa durò un mese e confermò le ipotesi di Burton: il Ruzizi si immette nel lago invece di uscirne, quindi non può essere il Nilo.

    I due si separano nel 1872 e Livingstone si mette alla ricerca delle ipotetiche sorgenti del Nilo raggiungendo la regione del lago Bangueolo. A causa della salute cagionevole, commette diversi errori di orientamento perdendosi.

    Livingstone è convinto che il Lualaba – nel primo tratto il Congo –  e il Nilo, siano lo stesso fiume. Non saprà mai di aver torto.

    Il 1° maggio 1873, Livingstone viene trovato morto a Chitambo, un villaggio della regione Ilala. Venne, poi, sepolto nell’aprile 1874 nell’abbazia di Westminster.

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    Nel 1867 nasce in Italia la Società Geografica Italiana.

Palazzetto Mattei, sede della Società Geografica Italiana

La sua attività esploratrice inizia con la presidenza di Cesare Correnti, uno dei massimi fautori dell’esplorazione d’oltremare. Correnti prepara la spedizione alla ricerca delle sorgenti del Nilo, ma, in un secondo momento, il fine della spedizione diviene il regno di Scioa nell’altopiano etiopico. Se gli obiettivi scientifici sono poco chiari, chiarissimi sono quelli extrascientifici. Lo scopo è, infatti, quello di avviare scambi commerciali tra l’Italia e lo Scioa, garantendo al ras Menelik un appoggio politico contro il negus Giovanni.

    L’impresa necessita di un’ingente quantità di denaro, poiché prevede una durata di circa sei anni. La Società Geografica Italiana non avendo tale somma disponibile, indice una sottoscrizione pubblica alla quale aderiscono in molti: il ministero della pubblica istruzione, diverse testate giornalistiche, istituzioni scientifiche, privati, ecc.

    A lungo andare (i preparativi e la ricerca delle sovvenzioni) la partenza è rimandata fino al marzo 1876.

    Quando la spedizione parte, il fine della missione è nuovamente variato: dopo lo Scioa, i membri si sarebbero diretti a sud nella regione dei Galla, qui avrebbero disegnato una carta orografica e idrografica delle regioni tra il medio Nilo e l’Oceano Indiano, fino al Lago Vittoria.

Orazio Antinori

Il capo spedizione è il marchese Orazio Antinori, affiancato dal suo amico Lorenzo Landini; seguono, come comitato scientifico, l’ingegnere Giovanni Chiarini e il conte Sebastiano Martini Bernardi.

Dopo tre mesi la spedizione risulta un fallimento: il materiale è scarso, una parte è stata rubata, le popolazioni locali non collaborano e la scorta è imprevedibile. La spedizione, con Martini in testa, rientra.  

Martini è incaricato di riorganizzare la missione, così il conte parte per Parigi, Liegi, Londra. Con l’attrezzatura e le informazioni accumulate durante i viaggi europei, Martini torna in Africa accompagnato dal capitano Antonio Cecchi. Successivamente Cecchi e Chiarini proseguono il viaggio verso Caffa, mentre il resto della spedizione sosta presso una base del Menelik.

Antonio Cecchi

Cecchi e Chiarini non portano a termine la missione perché ‘arrestati’ dalla regina del regno di Ghera. La regina è, infatti, innamorata di Cecchi. Chiarini è avvelenato e Cecchi liberato nel 1880 dalla concorrente Società di esplorazione commerciale.

Dall’Italia giunge l’ordine di rientro in quanto le spedizioni non hanno ottenuto il risultato desiderato. E’ a capo della Società Geografica Italiana, Caetani.

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LA ‘SCOPERTA’ DELL’AFRICA

    Agli inizi dell’Ottocento l’interno dell’Africa era ancora per la maggior parte sconosciuto. Poco dopo un secolo, il continente Nero era sotto la dominazione delle potenze europee. Fu in quel periodo che gli esploratori, i missionari e gli avventurieri si spinsero nel cuore dell’Africa per ricostruirne la geografia, l’etnologia, la storia.

L’avventura ha inizio

    Alcuni viaggiatori hanno iniziato la carriera per puro piace personale, per spirito d’avventura o, semplicemente, per fuggire dagli stereotipi della vita europea. Col tempo gli stessi si resero conto che l’esplorazione era un mestiere e come tale, andava organizzato. Infatti, il successo di una spedizione derivava dalla capacità del comandante e dalle doti dei compagni di viaggio.

    La spedizione era organizzata in Europa con molta cura e con lunghi preparativi, con l’ausilio di informazioni tratte da libri di biblioteca. In seguito erano preparati i bagagli tra i quali non mancava mai la cassa dei medicinali (con chimino per la malaria, morfina, ricostituenti, unguenti di ogni genere e alcol, alcune volte anche piante medicamentose). Non mancavano mai, tra le altre cose, gli oggetti di vita quotidiana: poltrone, letti, materassi, cuscini, zanzariere, stoviglie, ecc. Per non parlare degli abiti di ricambio, effetti personali, libri e qualche oggetto ‘scientifico’: bussole, cronometri, pluviometri, squadre e righe. A questi bisogna aggiungere la merce di scambio: stoffe, perline, specchi e altro ancora.

    Il finanziamento era, di norma, privato e alcuni viaggiatori si autofinanziavano, altri si rivolgevano ad associazioni quale la Royal Geographical Society di Londra; altri ancora a riviste scientifiche che elargivano fondi in cambio di pubblicazioni esclusive. Dal 1860, furono gli stessi governi a sovvenzionare le missioni.

    L’organizzazione interna della missione era di tipo gerarchico con un capo di origine europea, un capo in seconda che in rari casi era africano; ogni membro della spedizione, fosse egli europeo, arabo o africano, ricopriva un ruolo ben preciso: la cassa dei medicinali spettava a un uomo di fiducia, mai africano; lo stesso era per gli oggetti scientifici e per le armi, mentre il grosso del carico (bauli con oggetti di scambio o di vita quotidiana) era addossato agli africani. Questa gerarchia rispecchiava la visione del mondo da parte degli europei del tempo, al cui vertice vi era l’uomo bianco europeo seguito dagli arabi e alla base i “neri”.

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Africa geopolitica

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