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Riti e feste nei templi

    Come abbiamo detto il tempio egizio è la casa del dio. Questo concetto traspare nell’architettura: infatti, secondo il mito egizio della creazione, il tempio ricorda l’isola primordiale emersa dall’oceano del caos (Nun), dimora del dio creatore Atum. 

    Il tempio diviene la rappresentazione del cosmo; per tale motivo il pavimento ha il colore scuro del limo; le colonne hanno la forma di steli fioriti a rappresentare la vegetazione; lo zoccolo delle  pareti è anch’esso decorato con motivi floreali e il soffitto dipinto di azzurro con stelle d’oro a rappresentare il cielo.

    Il tempio risulta essere lo stesso universo. 

    Un universo razionale circondato dal caos da cui è emerso e dal quale potrebbe essere riassorbito. Questa concezione cosmica appare chiara nell’architettura templare: le sfingi hanno una funzione di guardiani e le rappresentazioni del re che uccide i nemici sul pilone di entrata hanno una funzione protettiva di tipo magico.

    Quest’equilibrio di forze, tra il cosmo razionale e il caos irrazionale, è molto precario e ha bisogno di uno sforzo continuo affinché tale armonia non cambi: ecco quindi la necessità del rito, inteso come forza magica, capace di allontanare questo pericolo.

    Molti templi sono stati oggetto di ampliamenti successivi e articolati come, ad esempio, il grande complesso di Karnak nella cui cinta muraria sono presenti altri ambienti quali: la tribuna, il Lago Sacro, le abitazioni dei sacerdoti e i magazzini.

    La tribuna era una sorta di piattaforma perimetrata da un parapetto e spesso ornata da piccoli obelischi, si apriva all’imbarcadero sul canale che collegava il tempio al Nilo.

    Il Lago Sacro era un bacino artificiale alimentato dal Nilo e il suo uso era prettamente rituale.

    Templi come quello esaminato era oggetto di riti quotidiani e feste annuali.

    Il rito quotidiano era ripetuto in tre momenti della giornata: all’alba, a mezzogiorno e alla sera.

    All’alba il sacerdote accendeva i ceri, bruciava la resina di teberindo e si avviava verso la cella interna, dove era riposta la statua di culto. Il tutto era accompagnato dalla recita di formule rituali. Le porte della cella erano sigillate e la rottura del sigillo era sottolineata, sempre, con la recita di appropriate preghiere. La statua del dio, era sottoposta alla scoperta della faccia sempre accompagnata da inni e aspersioni di profumi. Il simulacro era poi abbracciato in modo tale che il KA[1] ne prendesse possesso. Dopo di ciò l’effige era lavata e rivestita con quattro panni di colore differente. Seguiva l’offerta di cibo alla divinità che variava a seconda del momento della giornata. Dopo aver sparso altri profumi e bruciato resine, il sacerdote si ritirava e cancellava ogni sua traccia.

    Come riferito precedentemente, oltre al rito giornaliero, vi erano feste annuali: alcune nazionali, altre locali.

Le feste nazionali erano legate al ciclo delle stagioni: la festa dell’anno nuovo, il 1° Thut; la festa dell’apparizione di Sirio e le feste del Nilo e dei morti nel mese di agosto; quella del 22 del mese di  Khoiak, “quando  si  zappava la terra e si seminava”;  la  festa  Sed  che  inizialmente si celebrava ogni 30 anni di regno del faraone e poi a intervalli più brevi, questo era un rinnovamento dell’incoronazione con processioni e rituali.

    Tra le feste locali una tra le più affascinanti era quella di Amon a Opet. Si svolgeva in gran parte sull’acqua con zattere e barche. Era effettuata durante l’inondazione. Gli dèi erano trasportati su templi galleggianti parati sontuosamente. Al centro navigava la “casa del dio” coperta da un baldacchino; davanti vi erano due obelischi e quattro pennoni. Il tempio galleggiante era rimorchiato sul canale d’accesso fino al Nilo, mentre sulla riva del fiume il popolo partecipava allo spettacolo che si concludeva con una festa grandiosa.


[1] Letteralmente: essenza vitale; spesso viene identificata con l’anima che è più precisamente il Ba.

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HATOR Da questa divinità, identificata con una vacca, nasce una nuova cosmogonia; infatti, Hator è la vacca celeste, che soppianta Nut come dea del cielo ed è da essa che nascono gli dèi e i faraoni. Infatti, essendo il cielo, era genitrice del sole, quindi di Horo, essendo questi il primo faraone, ne diviene genitrice di tutti i faraoni d’Egitto. Molti templi, come ad Abido, hanno una cappella dedicata alla natività e quindi a Hator. Cappelle che si trovano anche in templi funerari come quello di Hatshepsut. Hator era la dea della musica e dell’amore.

ANUBI Divinità funeraria e protettrice dei morti, nonché traghettatore degli stessi. Era raffigurato come sciacallo e l’associazione era naturale: sulla riva ovest, dove si seppellivano i morti, lo si vedeva spesso sgattaiolare all’imbrunire. Con il tempo Anubi presiederà all’imbalsa- mazione e così lo vedremo rappresentato su molti papiri funerari. Egli accompagnerà, come in molti dipinti tombali, i faraoni davanti al tribunale di Duat.

 

SOBEK Con funzione di creatore e scultore, scaturito dall’abisso e protettore delle cateratte, vi era Sobek, dio dell’acqua in forma di coccodrillo. Adorato maggiormente nelle zone paludose del Fayyûm, protese il suo dominio divino verso il sud, quindi troviamo luoghi di devozione a Elefantina e nel tempio di Kom Ombo, dove in una cappella sono tutt’oggi visibili alcuni coccodrilli mummificati. Sempre a Kom Ombo è ancora visibile un nilometro, strumento che gli antichi egizi utilizzavano per misurare l’innalzamento delle acque del Nilo e quindi prevederne le inondazioni.

MAAT Una divinità che si può affermare con certezza che non si fonda su alcun elemento naturalistico, è Maat, la dea della verità e della giustizia, due concetti che, nell’antico Egitto, coincidevano. I suoi sacerdoti sono i giudici supremi, ella è la consorte di Thot (giudice degli dèi) e la figlia di Ra, della quale suo padre vive.E’ proprio il suo carattere puro che ne fa la pesatrice delle anime. E’ noto ai più che, quando il faraone defunto giungeva davanti al tribunale degli dèi, sul piatto di una bilancia ella poneva la sua piuma e sull’altro piatto il cuore del defunto, qualora il cuore avesse pesato più della piuma, l’anima sarebbe stata divorata. Contrariamente, il faraone sarebbe entrato a far parte della cerchia degli dèi.

MIN Questa divinità ha la sua sede natia a Kopto; è una divinità in forma umana, itifallico, e perciò fecondatore, è patrono delle carovane, data la posizione del suo centro religioso all’inizio della via che attraverso il deserto raggiunge il Mar Rosso. E’ possibile che sia una antica rappresentazione e identificazione del dio Amon, dato che una delle prime raffigurazioni di quest’ultimo è praticamente identica.Infatti, anche Min, come Amon, ha sul capo una doppia piuma. Min è sempre raffigurato come una mummia con il pene in erezione e il braccio alzato tiene in aria il flagello, simbolo del potere.

PTAH Originario di Menfi, antica capitale dell’impero egizio, era sposo di Sekhmet e padre del dio Nefer-tem. Di forma umana è raffigurato come una statua arcaica e con i piedi giunti, come le raffigurazioni dei defunti.E’ un dio creatore, venerato dagli artisti, che ricreano dèi e uomini attraverso incisioni, pitture e sculture. Ma è anche il dio dell’oscurità, tant’è che nel sancta sanctorum del tempio di Abu Simbel, in cui un raggio di sole penetra due volte l’anno, egli è rappresentato assieme a Ramesse II, Amon e Horo, ma la luce del sole illumina tutti tranne lui.

API E’ la raffigurazione del dio Nilo, spesso riprodotto in forma taurina. A esso è dedicato uno dei più grandi centri funerari di Saqqara: il Serapeo, dove in larghe gallerie sono conservati enormi sarcofagi di granito scuro nei quali erano deposti i tori sacri al dio.In Epoca Tarda, spesso erano riprodotte teste taurine recanti sulla fronte una stella, il più delle volte incisa e colorata in oro, essa rappresentava la stella Sirio che annun ciava l’inizio dell’ingrossamento delle acque e quindi la piena annuale che avrebbe favorito le colture. La vita e la morte dell’Egitto e del suo popolo dipendeva dalla piena del Nilo. Se la piena fosse stata adeguatamente abbondante, le terre sarebbero state adeguatamente fertili e da qui un buon raccolto e la prosperità del Paese. Per tale motivo, il dio Nilo, benché non compreso nell’Enneade Eliopolitana o nell’Ogdoade di Ermopoli, è comunque uno degli dèi principali e più venerato.

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L’ambiente da cui si sviluppa la religione egiziana del periodo storico che si conosce appare, anche a un esame superficiale, chiaramente totemico. Animali, piante e oggetti sono l’insegna del clan predinastico e anche il dio. Issati su di una pertica guidano il clan nelle sue imprese di caccia o di guerra, e ogni divinità è unica, riconosciuta solo nell’ambiente dei suoi seguaci.

Con il legarsi del clan a un luogo, e con il subentrare del concetto geografico del nômo a quello familiare del clan, anche il totem cambia carattere. Perso il senso dell’unità di sangue come condizione essenziale nelle relazioni fra membri dello stesso complesso e sostituito da quello d’unità d’interessi territoriali, il totem non può più essere il capo della stirpe, ma è costretto ad assumere un carattere meno personale, e a farsi divinità protettrice della città o del villaggio principe di un’area. Tutti gli dèi egiziani appaiono in epoca storica con i caratteri connessi con questo mutamento di concezione.

Ogni nômo ha una capitale, che è anche la città dove sorge il santuario del dio della provincia. E nel nômo, qualunque sia il suo dio, egli è il più importante e il più venerato.

L’Egitto inizialmente è formato da numerosi piccoli principati che coincido grossomodo con i vari nômo e, quindi, ha altrettanti dèi sovrani quante sono le capitali: Menfi (I nômo) ha come dio Ptah, a figura umana; Letopoli (II nômo) ha il dio falco Horo, così come un simile dio lo hanno il XIV e il XVII nômo (Diospolis parva); Sais (comprende il IV e V nômo) ha la dea Neith; Xois (VI nômo) venera Ra, rappresentato dal disco solare, con lo stesso disco è rappresentato Atum venerato nello VIII e nel XIII nômo (Eliopoli); Bubasti ha la dea gatta Bastet, e così via.

 

L’Enneade Eliopolitana

Un centro teologico di molta importanza già dal tempo dell’unità del Delta era attivo a Eliopoli. I sacerdoti locali organizzarono una prima cosmogonia per dare anche alla religione un’unità tra le tante divinità locali. Nacque così l’Enneade maggiore formata come segue:

ATUM (RA)

Shu                                        Tefnut

Gheb                                            Nut

Osiride e Iside                                        Seth e Nefti

Come si evince dallo schema, a capo dell’Enneade c’è Ra, il dio solare e padre di Shu (l’aria) e Tefnut (l’umidità), a loro volta procreatori di Gheb (la terra) e Newet (il cielo); da questi ultimi hanno vita le due coppie principali della cosmogonia egizia: Osiride (re dell’oltretomba) e Iside (dea dalle mille qualità positive, identificata con la dea madre) e, Seth (dio del caos) e Nefti (dea della bellezza) .

L’Enneade rappresentò per lungo tempo lo strumento tipico dell’attività teologica egiziana e per molto tempo Eliopoli sfruttò questa concezione.

Il circolo dell’Enneade non rimase chiuso per molto tempo. Osiride si era presentato come una proposta opposta alle divinità solari e si era portato dietro altre figure, come il proprio figlio: Horo (dio solare e leggendario primo faraone d’Egitto, nonché protettore di tutti i faraoni). D’altronde la presenza di tutti i personaggi del mito osiriaco porta come conseguenza uno svolgersi di esso in seno all’Enneade: pertanto Thot (dio della scrittura) entra in gioco come giudice tra Seth e Horo per il trono d’Egitto.

Con il tempo si aggiunsero leggende e miti cosmogonici che allargarono a dismisura il panteon egiziano per comprendere non solo tutte le divinità maggiori, ma anche quelle minori delle varie località; nonché un’assimilazione, fusione e nuove parentele, tra esse: così si ha Sekhmet (la dea leonessa e vendicatrice per conto di Ra) e Bastet (la dea gatto e protettrice del focolare) che a necessità si fondano, vale a dire che Bastet è un gatto finché non si altera e chiede vendetta, a quel punto si trasforma in Sekhmet.

A partire dalla XVIII^ dinastia avremo l’assimilazione di Ra con Amon (divinità solare locale della zona tebana) che per diverso tempo porterà la doppia dicitura di Ammon-Ra. Anche questa divinità ha la sua famiglia: la moglie Mut e il figlio Khonsu (dio lunare).

 

Il mito osiriaco

Il mito di Osiride è conosciuto grazia al testo greco di Plutarco. La leggenda vede Osiride come un sovrano ucciso dal proprio fratello Seth per usurparne il trono. Posto in una cassa nella quale è stato fatto penetrare con l’inganno da suo fratello, è poi gettato nelle acque del Nilo. La cassa naviga fino al mare e di qua in Siria dove si arena spinta dalle onde.

Intanto la moglie Iside parte alla ricerca del marito e trova miracolosamente il corpo esanime nascosto tra le fronde di un sicomoro, e lo riporta in Egitto. Ma Seth lo scopre, così fa a pezzi il corpo e ne sparge i pezzi per la Terra.

Iside e sua sorella Nefti, allora, partono alla ricerca dei pezzi e, ad uno ad uno, li assemblano per ricomporre il corpo del sovrano defunto. L’unico pezzo mancante è il fallo, ma Iside, grazie alle sue grandi doti magiche, riesce a ridar vita a Osiride e concepirne un figlio, Horo, che vendicherà il padre e riconquisterà il trono d’Egitto.

Così avverrà che Osiride scenda negli inferi per divenirne il sovrano, mentre Horo combatterà lo zio usurpatore Seth, e salirà al trono d’Egitto divenendone il primo leggendario faraone.

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