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Archive for the ‘Egittologia’ Category

Lo Zodiaco Egizio

(biiysa) = l’Oca è equivalente all’Ariete dello Zodiaco tradizionale:

   Nella sequenza dell’Ariete la raffigurazione della gamba simboleggia la stabilità, la sicurezza, la razionalità. Le due palme e le due stanghette rappresentano la ricerca della gloria, della ricchezza.

    L’Oca è l’animale sacro che si affianca all’Ariete. Essa incarna l’animale dei faraoni morti poiché lei è “il sole nato dalla particella primordiale”. Per gli Egizi era la messaggera del cielo e della terra.

    Quando era nominato un nuovo faraone, quattro oche selvagge erano lanciate ai quattro punti cardinali con la formula “Affrettati verso Sud e di’ agli dèi che il faraone ha preso la doppia corona. Vola con il vento verso Nord e di’ agli dèi che il faraone regna sulle Due Terre. Segui la luce di Ra verso Ovest e di’ agli dèi che il faraone siede sul trono delle Due Terre. Corri verso Est e di’ agli dèi che il caos è finito, le Due Terre ha un nuovo faraone”.

    L’Oca dà comprensione intellettuale e altruismo, magnetismo e vitalità, senso della conquista e dell’avventura, ma anche amore carnale e passione. Bruciante come il fuoco il dinamismo dei nati sotto questo segno può essere positivo se è diretto verso l’esterno e non verso loro stessi. Essi devono cercare l’equilibrio fra spirito e materia: vivere senza troppo sprecare le loro energie, senza gettarsi contro quegli ostacoli che possono invece aggirare. Sono attaccati al presente: lo ieri e il domani per loro non esiste.

(twrkAw’) = Api, il dio Nilo personificato dal Toro, è il Toro:

    Nella sequenza del Toro il panetto è il simbolo misterioso del segno. Il pulcino di quaglia e la voluta simboleggiano la giovinezza e la combattività. Qui la bocca significa azione, intraprendenza, ponderatezza. Il Toro, o meglio il simbolo del dio Api, è l’animale che si associa a questo segno. Il Toro egizio nasce dall’unione di una mucca con un fulmine. Bianco e nero, i suoi colori interpretano le fasi lunari. Nero per la Luna Nuova, bianco per la Luna Piena. Energia creatrice, incarnazione delle forze terrestri, strettamente connesso al temporale e al fiume, il Toro è simbolo di fertilità e fecondità.

    Esso dà una personalità ambivalente, ambigua. I nati in questo segno sono ugualmente possenti nel lavoro come nel piacere, un miscuglio di ogni istinto, di sensualità e voluttà. I loro sensi sono certamente terreni. La loro natura è animale: fiutare e gustare, sentire, palpare, vedere, toccare, capire, loro sono proprio così. Buona forchetta, hanno sete di vivere e la loro vitalità va di pari passo con una certa generosità. Sono passionali è vero, ma riescono a controllare bene questa particolarità.

(fiw’mmiw) = il Gatto, simbolo della dea Bastet, è i Gemelli:

    Il serpente simboleggia la sottigliezza, l’intelligenza; la palma singola, gli onori transitori e la civetta rappresenta il dualismo del segno, indeciso tra saggezza e follia. La voluta simboleggia anche in questo segno la combattività e il Gatto è l’animale sacro associato a questo segno.

    Egli è capace di vedere nella notte. La pupilla di questo felino sembra seguire le fasi lunari. Il gatto raffigura l’essenza delle cose. Esso unisce visibile e invisibile. In Egitto era a volte rappresentato con un coltello tra le zampe per recidere la testa del serpente delle tenebre. Non c’è da stupirsi, in effetti, la dea Bastet non era altro che l’antitesi amabile della dea vendicatrice Sekhmet, la leonessa.

    Il gatto dona ai nati del segno forza e agilità. La loro sensibilità si allea con la ricchezza della loro anima, mentre l’immaginazione gli consente di adattarsi a ogni più strana situazione. La capacità inventiva è associata a capacità pedagogiche. Attaccati alle cose, agli esseri viventi, possono sembrare possessivi e devono continuamente lottare contro questa tendenza.

(KA- Inpw- nr- hpr) = lo Scarabeo è il simbolo del Cancro:

    Le braccia levate, simbolo non solo del bilittero KA ma del KA, ossia l’essenza vitale, l’anima, e la raffigurazione del dio Anubi, rappresentano la tendenza al misticismo. L’acqua simboleggia l’elemento liquido che è proprio del segno del Cancro. La bocca nel caso specifico non è più simbolo di ponderatezza, ma di capacità di consiglio al prossimo e di introversione. Lo scarabeo è il simbolo sacro attribuito al Cancro. Rappresenta l’immortalità dell’anima che si reincarna di volta in volta. Gli Egizi ponevano sul cuore del defunto, e nei tempi romani al posto del cuore, uno scarabeo che il più delle volte riportava la dicitura: “Tu sei il KA che è nel mio corpo”.

    I nati nel segno dello scarabeo hanno immensa sensibilità e magnetismo, poteri medianici, coraggio e memoria. Amano misurare le proprie forze e vincere alla lunga. Sono molto ricettivi a captare messaggi occulti. Telepatici, medici, psicologi o astrologi, sono sempre attratti da cerimonie o riti. Ma devono fare in modo di cautelarsi e soprattutto non lasciarsi andare agli istinti e alle intuizioni. Devono insomma scegliere tra bene e male perché sono attratti da entrambi con lo stesso entusiasmo.

(Rw ii Aw) = il Falco, simbolo del dio Horo, è il Leone:

    Il leone simboleggia la potenza, le palme onori e vittorie, il pulcino la giovinezza e la voglia di vivere pienamente. Il Falco è l’animale sacro che si affianca al segno moderno del Leone. Esso, come figlio di Iside e Osiride, è il risultato finale della creazione. Re degli uccelli d’Egitto, Signore del Principio Celeste, dio del Fuoco e del Sole, il suo volo è ampio e di lui si dice: “Colui che è lontano”. Rapace, raffigura la maestà, il primo dei cinque nomi reali è quello di Horo, e paralizza i nemici del faraone. Il suo occhio è “quello che tutto vede” e, inoltre, rappresenta l’ascesa verso il Sole.

    Sono di carattere estroverso i nati in questo segno e possiedono una comprensione globale del mondo. Magnetici e ispirati, sono aperti ad attività diverse. In amore soddisfano il partner perché conoscono il vero senso del “dare”. Generosi sì, ma importa come e con chi, non si sprecano certo per nulla. L’egocentrismo è la loro debolezza, come il distinguere il vero dal falso. Gli è anche difficile rinunciare quando tengono a qualcosa. Lasciare la presa può voler dire, talvolta, alleggerirsi per volare in alto.

(fii -wDAt- r) = il Cane è il segno identificato per la Vergine:

    Il serpente simboleggia la prudenza e la regolarità. L’occhio il senso dell’osservazione e l’indipendenza spirituale. La bocca il carattere introverso del segno. Il Cane è l’animale sacro affiancato alla Vergine. Simbolo di fedeltà, vigilanza, intelligenza. Aveva il compito di imprigionare o distruggere i nemici della luce e di sorvegliare le porte dei luoghi sacri. Mediatore di intercessioni fra questo e l’altro mondo, permetteva ai vivi di interrogare i morti e gli dei. Eroe civilizzatore aveva rubato il fuoco divino al serpente e alle divinità celesti per portarlo agli uomini sulla punta della coda.

    Simbolo di perennità è anche un incontinente seduttore, straripante vitalità. Paziente, ordinato, metodico, dà equilibrio a spirito e materia. Il cane dà alla Vergine idee chiare e fermi propositi. I nati si preoccupano di ponderare ogni cosa e di essere semplici. Ma pensano anche di avere sempre ragione e gli è difficile essere indulgenti. Se fossero più tolleranti accetterebbero senza problemi i difetti degli altri.

(hb – rw – n – ms) = l’Ibis, simbolo del dio Thot, è la Bilancia:

    L’acqua simboleggia il rinnovamento, l’apertura dello spirito. Il bastone la giustizia e le volontà decisionale. L’Ibis è l’animale sacro che viene affiancato al segno della Bilancia. Per gli Egizi l’ibis era il simbolo della bellezza fisica e morale. Era raffigurato sia nero che bianco e nero. Proteggeva il paese dai coccodrilli e dai serpenti mangiando le loro uova. Era, nelle vesti del dio Thot, il protettore della tradizione e delle scienze, della scrittura e della medicina. Il Bianco e il Nero rappresentavano il Tutto, la luce e le tenebre, il giorno e la notte, l’evoluzione spirituale. Era colui che annunciava la piena del Nilo, era anche considerato un uccello lunare per il suo becco arcuato.

    I nati sotto l’Ibis hanno coscienza, sapienza intellettuale e intuizione. Comprendono i misteri del dualismo e hanno bisogno di essere in rapporto con gli altri. Sensibili e appassionati, hanno il successo in mano a condizione d’essere tolleranti e comprensivi. Ma devono fare degli sforzi per trovare la giusta misura fra realtà e finzione, fra bianco e nero.

(ms – t – wA – piiw) = L’ippopotamo è lo Scorpione:

    Nella sequenza il bastone traduce lo spirito di decisione, il panetto l’abbondanza, il laccio la volubilità, il quadratino che rappresenta la lettera P = la casa, è il materialismo. Le palme mondanità e prestigio, il pulcino la freschezza di spirito. L’ippopotamo è l’animale sacro del segno. Manifestazione della forza negativa sulla terra, nemico dell’uomo, l’Ippopotamo sconvolge i raccolti. Nell’antico Egitto, dei fiocinieri sacri erano incaricati di cacciarlo. Di sesso femminile, l’Ippopotamo fu anche venerato come segno di fecondità. Forza brutale che nessuno poteva addomesticare, rappresentava il desiderio e i suoi eccessi. Si diceva che ogni sua immersione nelle acque del Nilo provocasse un’inondazione promettendo abbondanza di raccolti.

    L’Ippopotamo infonde, ai nati del segno, preoccupazione sia per la vita che per la morte. Poiché esso è l’autunno, la decisione e la fermezza, la caduta delle foglie, il ritorno al caos in attesa della rinascita. Nella violenza della vita, essi fuggono la luce. Sensibili ai vortici dell’assurdo, ai drammi, hanno sete di soprannaturale e aspirano al divino.

(Ht – Diit – Inpw – r) = il Cobra è simbolo del Sagittario:

    L’anfora è l’ideogramma del cuore, questa, le palme e Anubi rappresentano la grandezza d’animo, la spiritualità nascosta. Il serpente eretto, simbolo solare, indica il rinnovamento, l’evoluzione del pensiero. Il panetto e la bocca la fiducia nel prossimo. Il Cobra, l’ureo dei faraoni, il serpente che si erge, è l’animale sacro al segno. Esso simboleggia il flusso vitale, il soffio della vita. Che orni la sommità dei templi o la testa dei faraoni, si concentrano in lui le proprietà del sole, vivificanti e fecondatrici, ma capaci anche di uccidere con la potenza del fuoco e con la siccità.

    Il Cobra dà ai suoi nati, acuto senso critico e profonda umanità. La ricerca del vero è una delle loro principali preoccupazioni. Abilissimi nel perseguire i propri fini, possono realizzarli partendo da niente. Sanno indirizzare le loro energie mobilitando ostinate volontà. Devono però trovare la loro indipendenza rispettando quella altrui, per essere sempre equanimi, per evitare di scontrarsi a caso o di essere parziali. Se lotteranno contro orgoglio e gelosia, che sono i loro punti deboli, potranno essere benevoli e severi.

(KAprii –  iabwAr) = il Coccodrillo, il dio Sobek, è il Capricorno:

    Il KA, la bocca e il tempio, rappresentano l’intimo, il privato. Le palme, il panetto e il laccio simboleggiano una ricchezza di famiglia felice e numerosa, sottolineando il carattere segreto del segno. Il Coccodrillo è l’animale sacro abbinato al capricorno. Vive nell’acqua e le appartiene, ma rappresenta anche il legane fra acqua e terra. I suoi occhi coperti da una membrana trasparente fanno di lui quello che vede senza essere visto. Simbolo di contraddizioni fondamentali, egli s’agita nella melma da cui è nata una lussureggiante vegetazione, ma divora altresì tutto ciò che esce dall’acqua. Conoscitore dei misteri della vita e della morte, è simbolo della sapienza occulta.

    Il Coccodrillo conferisce al segno un potenziale magico. I suoi nati possono avere grande influenza sugli altri, ma hanno paura di abusarne. La loro sensibilità unita a spirito razionale gli permette di salire la scala sociale con molta sicurezza a meno di voler andare troppo in alto e troppo presto. Devono evitare di sprecare le energie in inutili polemiche contraddizioni. Così impareranno a distinguere tra bontà e azioni gratuite.

(f – Inpw – rsw) = l’Avvoltoio è l’Acquario:

    Il serpente e la volontà di aprirsi al mondo. Anubi manifesta il lato mistico del segno. La bocca l’estroversione. Il ramo di papiro la rinascita e la prosperità. L’Avvoltoio è il suo animale sacro, egli proteggeva il Faraone e le sue ali ricoprivano i capi delle regine. Egli rigenera le forze vitali e le purifica. L’Avvoltoio è l’iniziato che ha abbandonato la vita profana per giungere alla divina saggezza.

    L’Avvoltoio dà ai nati del segno intraprendenza. Sono buoni oratori e hanno umanità e senso dell’amicizia. Dinamici, versatili, intelligenti, affascinano l’auditorio. Teatro e politica sono le materie in cui eccellono. Non possono barare perché sono sempre alla ricerca della verità. Dovrebbero cercare di comprendere gli altri e di accettarli come sono. La disponibilità è il loro punto di forza: l’instabilità, la loro debolezza. Tuttavia dovrebbero sempre dare retta alla loro coscienza.

(p – wDAt – w) = lo Sciacallo, il dio Anubi, è il Pesci:

    Il simbolo della casa indica rigore e determinazione. Il pulcino di quaglia è sinonimo di vitalità e giovinezza. L’occhio, la spiritualità. Lo Sciacallo è l’animale che protegge il segno. Anubi, il dio dalla testa di Sciacallo, guardiano delle anime accompagnava i morti nel loro ultimo viaggio lungo il Nilo. Mediatore tra terra e cielo non conosceva emozioni o sensibilità. Simbolo della morte e delle peregrinazioni dei defunti tanto che egli non arrivava mai nel paese dell’immortalità è anche simbolo di collera e sensualità, dei desideri smodati che sfuggono al controllo dello spirito.

    I nati sotto questo segno hanno adattamento a ogni difficoltà della vita e sanno condurre bene la barca del destino. Possono raggiungere sempre i loro scopi. Ma le troppe ambizioni e l’orgoglio smisurato saranno pericolosi. Devono impiegare le proprie forze con misura, senza nuocere agli altri. Hanno naturalmente coscienza della loro piccolezza di fronte al Cosmo. Con l’influenza dello Sciacallo credono alla provvidenza e sono consapevoli della loro nullità davanti ai grandi eventi.

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La Valle dei Re

I faraoni tenevano alla loro morte così come alla loro vita, non trascurarono, pertanto, la propria ultima dimora, ricavata nel cuore della falesia che domina Tebe Ovest: la sua cima a mo’ di piramide sostituisce quelle costruite nell’Antico e Medio Regno.

Amenophi I dà inizio a un nuovo tipo di sepoltura: la tomba ha una pianta a gomito e sarà mantenuta per la gran parte della XVIII^ dinastia. Un lungo corridoio discendente termina con un pozzo profondo, di là del quale vi è la sala del sarcofago. Il pozzo è una protezione contro i ladri e, al contempo, una cisterna per eventuali infiltrazioni d’acqua. La sala del sarcofago è preceduta da una sala che fa le veci dell’anticamera delle piramidi.

    Da Tutmosi I fino alla fine del Nuovo Regno le tombe si trovano nella cosiddetta Valle dei Re. Qui le tombe sono scavate nella roccia secondo disegni precisi: si scavava fino alla sala del sarcofago al centro della quale erano ricavati pilastri quadrati. All’esterno sono chiuse da una porta tagliata nella roccia: Porta dei Re. Il corridoio discendente cambia continuamente, da un asse curvo sotto Tutmosi III a un angolo retto sotto Amenophi II; poi si spezza due volte ad angolo retto e poi si passa a un asse rettilineo: Canna di Flauto. La sala del sarcofago subisce diverse trasformazioni: le si arrotondano gli angoli per farla somigliare a un cartiglio reale; poi la si raddoppia in anticamera e sala del sarcofago; l’anticamera è posta poco più in alto rispetto alla sala del sarcofago e arricchita da sei pilastri quadrati, tutte le sezioni della tomba sono separate da chiusure in legno.

Le pareti delle camere erano decorate con scene di carattere religioso, che simbolicamente raffiguravano il viaggio di Ra nell’Oltretomba: dopo il tramonto, il dio affrontava i pericoli della notte e i demoni per poter rinascere l’indomani all’orizzonte.

La quotidiana vicenda di Ra che risorge trionfante all’alba, rappresentava per gli antichi Egizi la rinascita del faraone, espressione terrena della divinità solare, ma anche la speranza nell’immortalità dell’anima.

Fino a oggi nella Valle dei Re sono state rinvenute una sessantina di tombe, quasi tutte depredate durante i secoli. Come è noto, l’unica tomba giunta intatta è quella del faraone Tutankhamon.

   Tra le tombe più belle c’è quella di Seti I, lunga 150 m., la sua architettura rituale è divisa in due parti: la prima termina in una piccola sala a due pilastri e precede un pozzo, la seconda termina nella sala del sarcofago che da questo momento ha il soffitto a volta. Tra la XIX^ e la XX^ dinastia l’asse è perfettamente rettilineo salvo alcune eccezioni, scompare il pozzo, sostituito da una sala delle stesse dimensioni e la sala del sarcofago è posta al centro della grande sala a pilastri.

    L’orientamento è diverso per ogni tomba, ma secondo il pensiero religioso del tempo troviamo l’entrata a sud e la sala del sarcofago a nord.

 

La Valle delle Regine

   Questa valle è meno disagevole rispetto a quella dei re ed è più vicina al villaggio dei lavoratori (Deir el-Medina), al quale è collegata attraverso un sentiero che oltrepassa le alture della falesia.

    Lungo il passaggio d’accesso si trovano alcune steli di Ramesse III e incisioni dedicate a Osiride e ad Anubi.

    Le tombe destinate alle regine e ai principi erano di dimensioni più modeste rispetto a quelle dei faraoni e si differenziano anche per i temi raffigurati sulle pareti: il più delle volte scene familiari.

La tomba più bella è quella di Nefertari, moglie di Ramesse II ed è importante soprattutto per le splendide raffigurazioni. La tomba fu scoperta dall’archeologo italiano Ernesto Schiapparelli e restaurata dalla fondazione italiana Memmo. La sua pianta riproduce la seconda parte della tomba di Ramesse II, con anticamera, corridoio con scala, e sala a pilastri con cripta centrale. Una splendida riproduzione in scala si trova nel Museo Egizio di Torino.

    Le altre sepolture si separano nettamente dai vasti palazzi sotterranei dei re, sono solitamente divise su due piani: il luogo di culto e la sala del sarcofago, separati da un pozzo. La parte di culto è quella più importante ed è costituita da un’ampia sala che serve da vestibolo a una stretta e lunga sala, ed è preceduta a sua volta da un cortile.

    Sinora si contano un’ottantina di tombe.

 

La Valle dei Nobili

Le tombe dei dignitari di corte si estendono su tre pianori tra loro contigui. Si distinguono da quelle reali per la semplicità dell’architettura e per i soggetti illustrati: solitamente scene di vita inerenti la propria carriera o il ruolo raggiunto; a volte sono riportate imprese per le quali si è ricevuto un premio o un riconoscimento da parte del faraone.

Le tombe, scavate nella roccia, erano precedute da un corto palco e l’ingresso era, a volte, sormontato da una piccola piramide. Attorno e nel vestibolo erano poste delle steli funerarie con scritte e scene di vita.

 

Deir el-Medina

   Questa parte di Tebe Ovest era una vera città, carat-terizzata da un’ampia zona abitativa per le famiglie di tutti i lavoratori addetti alle sepolture: scavatori, incisori, decoratori, ecc.    E la zona in cui essi stessi venivano sepolti.

    Le tombe di questa zona hanno un’architettura più originale: una piramide in mattoni sopra il portico d’ingresso è imbiancata a calce e sormontata da un “pyramidion” in calcare e, sulla faccia orientale, vi era incastrata una stele arcuata. Si accede in fondo alla cripta da un cortile rettangolare seguito da un pozzo.

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Riti e feste nei templi

    Come abbiamo detto il tempio egizio è la casa del dio. Questo concetto traspare nell’architettura: infatti, secondo il mito egizio della creazione, il tempio ricorda l’isola primordiale emersa dall’oceano del caos (Nun), dimora del dio creatore Atum. 

    Il tempio diviene la rappresentazione del cosmo; per tale motivo il pavimento ha il colore scuro del limo; le colonne hanno la forma di steli fioriti a rappresentare la vegetazione; lo zoccolo delle  pareti è anch’esso decorato con motivi floreali e il soffitto dipinto di azzurro con stelle d’oro a rappresentare il cielo.

    Il tempio risulta essere lo stesso universo. 

    Un universo razionale circondato dal caos da cui è emerso e dal quale potrebbe essere riassorbito. Questa concezione cosmica appare chiara nell’architettura templare: le sfingi hanno una funzione di guardiani e le rappresentazioni del re che uccide i nemici sul pilone di entrata hanno una funzione protettiva di tipo magico.

    Quest’equilibrio di forze, tra il cosmo razionale e il caos irrazionale, è molto precario e ha bisogno di uno sforzo continuo affinché tale armonia non cambi: ecco quindi la necessità del rito, inteso come forza magica, capace di allontanare questo pericolo.

    Molti templi sono stati oggetto di ampliamenti successivi e articolati come, ad esempio, il grande complesso di Karnak nella cui cinta muraria sono presenti altri ambienti quali: la tribuna, il Lago Sacro, le abitazioni dei sacerdoti e i magazzini.

    La tribuna era una sorta di piattaforma perimetrata da un parapetto e spesso ornata da piccoli obelischi, si apriva all’imbarcadero sul canale che collegava il tempio al Nilo.

    Il Lago Sacro era un bacino artificiale alimentato dal Nilo e il suo uso era prettamente rituale.

    Templi come quello esaminato era oggetto di riti quotidiani e feste annuali.

    Il rito quotidiano era ripetuto in tre momenti della giornata: all’alba, a mezzogiorno e alla sera.

    All’alba il sacerdote accendeva i ceri, bruciava la resina di teberindo e si avviava verso la cella interna, dove era riposta la statua di culto. Il tutto era accompagnato dalla recita di formule rituali. Le porte della cella erano sigillate e la rottura del sigillo era sottolineata, sempre, con la recita di appropriate preghiere. La statua del dio, era sottoposta alla scoperta della faccia sempre accompagnata da inni e aspersioni di profumi. Il simulacro era poi abbracciato in modo tale che il KA[1] ne prendesse possesso. Dopo di ciò l’effige era lavata e rivestita con quattro panni di colore differente. Seguiva l’offerta di cibo alla divinità che variava a seconda del momento della giornata. Dopo aver sparso altri profumi e bruciato resine, il sacerdote si ritirava e cancellava ogni sua traccia.

    Come riferito precedentemente, oltre al rito giornaliero, vi erano feste annuali: alcune nazionali, altre locali.

Le feste nazionali erano legate al ciclo delle stagioni: la festa dell’anno nuovo, il 1° Thut; la festa dell’apparizione di Sirio e le feste del Nilo e dei morti nel mese di agosto; quella del 22 del mese di  Khoiak, “quando  si  zappava la terra e si seminava”;  la  festa  Sed  che  inizialmente si celebrava ogni 30 anni di regno del faraone e poi a intervalli più brevi, questo era un rinnovamento dell’incoronazione con processioni e rituali.

    Tra le feste locali una tra le più affascinanti era quella di Amon a Opet. Si svolgeva in gran parte sull’acqua con zattere e barche. Era effettuata durante l’inondazione. Gli dèi erano trasportati su templi galleggianti parati sontuosamente. Al centro navigava la “casa del dio” coperta da un baldacchino; davanti vi erano due obelischi e quattro pennoni. Il tempio galleggiante era rimorchiato sul canale d’accesso fino al Nilo, mentre sulla riva del fiume il popolo partecipava allo spettacolo che si concludeva con una festa grandiosa.


[1] Letteralmente: essenza vitale; spesso viene identificata con l’anima che è più precisamente il Ba.

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Nubia

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Egitto e Nubia – siti

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Egitto e Nubia

    Quanto significasse, e che cosa fosse, la civiltà egizia della Valle del Nilo, è una delle poche nozioni che è difficile, di fronte allo splendore dei resti archeologici e all’imponenza delle piramidi, dimenticare. Ai fini di queste pagine non occorre soffermarsi sulle glorie e sui monumenti della terra dei faraoni. E’ necessario, comunque, sottolineare alcune considerazioni che hanno, nell’economia della storia delle civiltà africane, un secondario valore.

    Punto primo: sia nella sua nascita, sia nei suoi sviluppi, la civiltà egizia non fu indifferente al continente che la ospitò. Con l’avanzare dei deserti nel centro del continente, la Valle del Nilo, verdeggiante quanto lo era il bacino sahariano, fino a non molto tempo prima, assunse un valore fondamentale. Forse non è casuale che la catastrofe ecologica che doveva disseccare il Sahara e la nascita della civiltà egizia abbiano avuto origine più o meno nello stesso periodo, intorno al 4000 a.C. Allo stesso tempo, qualunque fosse l’origine della straordinaria stirpe di bonificatori idraulici cui si deve la regolarizzazione e la coltivazione della valle nilotica, è certo che alcune delle più antiche mummie regali sono indubbiamente di pelle nera. E che, anche se può essere azzardato affermare, come fece nel 1925 sir Ernest Budge, che “l’indigeno preistorico dell’Egitto, sia nel Paleolitico sia nel Neolitico, fu africano”, nessuno può smentire tale affermazione con prove schiaccianti. Se è poi vero che le difese naturali della regione hanno favorito uno svolgimento a sé della civiltà egizia, autonomo dal resto dell’Africa così come dalle influenze asiatiche, è anche vero che proprio sotto l’influenza egizia si formò e prese coscienza di sé il primo agglomerato politico “nero” di cui si abbia notizia, la Nubia.

    Il “paese di Kush” fa la prima comparsa storica nei testi egizi della XII dinastia (2000 a.C. circa); tuttavia la regione era già abitata nel Paleolitico: come molti cacciatori dell’epoca, i Kushiti incidevano e dipingevano animali sulle rocce, ed esse hanno conservato traccia della loro esistenza.

    Fra il 4000 e il 3000 a.C., mentre l’Egitto attraversava la fase Predinastica, in Nubia si svilupparono i “Gruppi A”, contraddistinti da una sigla, perché se ne ignora l’origine. Tombe con numerose suppellettili testimoniano la sua ricchezza. Non per niente nub (da cui Nubia) significa oro; e ciò, assieme ad altri preziosi come pietre rare, avorio, legni pregiati, pelli, penne di struzzo e altro, giustifica il precoce interesse dell’Egitto per la regione che li produceva o li importava dal sud. Fin dalla I dinastia (intorno al 2950 a.C.) si manifesta l’espansione egiziana. Sua conseguenza: la scomparsa dei “Gruppi A”. Verso il 2100 a.C. compare un “Gruppo C” costituito da allevatori di bestiame, che risiedevano in abitazioni circolari e seppellivano i propri morti in fosse coperte da tumuli di terra, dove spesso il defunto era accompagnato da animali sacrificati al momento del funerale.

    Intanto, nel periodo corrispondente al Regno Medio dell’Egitto (2160-1580 a.C.), nell’Alta Nubia si sviluppa uno Stato con capitale Kerma, situata presso la terza cateratta del Nilo. Gli scavi vi hanno portato alla luce un’imponente necropoli, dove le tombe maggiori contenevano fino a 300 scheletri di sacrificati, oltre a ricchi corredi che sembrano eseguiti da artefici egiziani, però non senza caratteri del “Gruppo C”.

    All’apparire degli invasori Hyksos in Egitto (1730 a.C. circa), i Kushiti di Kerma devono aver complottato con loro a danno del governo faraonico. Può darsi che questo sia stato uno dei motivi per i quali l’Egitto, dopo la liberazione, ha conquistato la Nubia. Dal tempo di Amenofi III (1408 ca.-1372 a.C.), i faraoni governarono la Nubia attraverso i viceré, l’ultimo dei quali era in carica intorno al 1100 a.C. ca.

Piankhy

    In pratica non si sa niente delle vicende nubiane da quel periodo fino al 750 a.C., quando Napata, presso la quarta cateratta, divenne la capitale di un nuovo regno kushitico. Nel 751 a.C. un suo sovrano, Piankhy, conquistava l’Alto Egitto. Shabaka, suo fratello, nel 715 a.C. unificò Sudan ed Egitto, dando origine a una dinastia, la XXV, detta per la sua origine “etiopica” e rimasta sul trono fino al 656 a.C.

    Piankhy fu un gran costruttore: nei dintorni di Napata proseguì la costruzione del tempio di Gebel Barkal e, assieme ai suoi dignitari, diede incremento alle necropoli di Nuri e di el-Kurru, oltre ad alcune in Egitto.

Tempio di Amon/Hator a Gebel Barkal

Quantunque abbiano conservato l’uso delle inumazioni sacrificali, questi nubiani erano impregnati di cultura egizia, sia pure di tipo in auge quattro secoli prima. Anzi, guardavano anche più addietro: furono loro a riprendere, in luogo delle tombe basse e piatte dei predecessori, la piramide che i faraoni avevano abbandonato da tempo. Quella costruita per Piankhy, alta non più di 50 metri e dalle pareti molto scoscese, divenne il modello per parecchie altre sorte nei secoli seguenti.

    Nel 671 a.C., gli Assiri invasero l’Egitto. Sotto il loro incalzare i Kushiti ripiegarono verso la terra d’origine. Napata rimase la capitale finché, qualche anno dopo, l’ascesa di Meroe non la ridusse a centro religioso, dove i nuovi sovrani continuarono a farsi seppellire almeno fino al 340 a.C. circa.

Meroe

   Meroe, situata anch’essa sul Nilo, 130 Km sopra la sesta cateratta, fu fondata nell’VIII sec. a.C. Divenuta il nucleo di un regno emerso dalla disgregazione dell’impero kushitico, acquistò rinomanza per l’elevata produzione di ferro e per l’abilità dei metallurgisti.

    Probabilmente nel 325 a.C. Meroe fu distrutta dagli Abissini, tuttavia ebbe una ripresa tale che, verso la fine del I secolo a.C., i Kushiti si spinsero fino ad Assuan e la saccheggiarono, impossessandosi anche di statue dell’imperatore Augusto, poi ritrovate a Meroe. La risposta fu una spedizione punitiva agli ordini del prefetto imperiale, e nel 23 a.C. Napata fu rasa al suolo. La devastazione dovette interessare l’intera regione, se è vero che gli esploratori inviati ottant’anni più tardi da Nerone la trovarono pressoché spoglia.

    Gli scavi di Meroe hanno messo in luce insediamenti di fasi successive: sontuosi edifici che combinano elementi classici di tipo romano con altri egizi del tipo usato due o tre secoli prima, espressi però con un estro così smodato da raggiungere una vitalità ignota ai prototipi. Dopo che Augusto aveva preferito restringere il dominio romano alla seconda cateratta, e mentre la Bassa Nubia era occupata dai Blemmi, provenienti dal deserto, verso il 340 d.C. Meroe fu invasa da Ezana, re cristiano di Aksum. La lunga storia della dinastia kushita ebbe termine. I suoi componenti si dispersero a sud e a ovest dando origine a nuovi regni. Si era spento, per sempre, il primo grande popolo di una civiltà africana. Il continente ne avrebbe saputo creare altri, ma il loro baricentro sarebbe risultato spostato più a ovest, nelle terre del Niger.

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Impero Kushita

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