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Archive for the ‘Archeologia A’ Category

    Per illustrare l’archeologia dell’Africa si è scelto alcune località nel Sahara, in Nigeria, in Tanzania, Zimbabwe e Sud Africa.   

    La Gola di Olduvai, in Tanzania, è uno dei luoghi più importanti del mondo: grazie al ruolo assunto nella chiarificazione della storia evolutiva dell’uomo primitivo. Nella zona meridionale del continente, la Grotta di Nelson Bay può dare una chiarificazione riguardo la storia delle popolazioni indigene prima dell’arrivo dei colonizzatori europei. Le località del Sahara mostrano esempi del livello artistico raggiunto migliaia di anni fa; quelle della Nigeria e dello Zinbabwe forniscono esempi di urbanizzazione, metallurgia e commercio su grandi distanze del periodo pre-europeo.

    L’Africa è attualmente il continente più favorito come ‘culla del genere umano’, con l’ipotesi che gli ominidi sono apparsi a oriente di una linea ideale che unisce Kartoum a Città del Capo, e che proprio qui gli ominidi si siano evoluti e diversificati, per diffondersi poi in Asia, in Europa e nelle restanti zone dell’Africa durante la prima parte del Pleistocene.

    Il cambiamento climatico è considerato l’agente maggiormente responsabile di aver esercitato quelle sollecitazioni selettive che hanno favorito lo sviluppo delle capacità di adattamento dell’uomo.

    

 

Tanzania

    Nell’Africa orientale, a sud-est del Lago Vittoria, si trova l’altopiano a prateria del Serengeti, situato nella Tanzania settentrionale. Per centinaia di migliaia di anni, i fiumi di una parte di questa pianura si scaricarono in un lago interno di grandezza e posizione mutevole. Circa due milioni di anni fa preominidi e uomini primitivi vissero attorno alle rive del lago. Dovevano viverci perché, come altri animali che abitavano questa zona piuttosto arida, la loro sopravvivenza era legata alla vicinanza all’acqua, non disponendo di mezzi per trasportarla.

    Quando il lago aumentava o si abbassava di livello, cambiando la sua posizione (talvolta anche in seguito a terremoti o per attività vulcanica), si depositavano nel letto del lago detriti di sabbia, ghiaia e limo, che erano stati trasportati dai fiumi e dalle correnti. A volte, dopo un’eruzione dei vulcani circostanti, si formavano depositi di ceneri vulcaniche e di lapilli. Questi vari depositi crebbero sino a raggiungere lo spessore di centinaia di metri, e vi rimasero inglobate anche ossa di animali e di preominidi vissuti in questa zona. Alla fine il lago si prosciugò, ma la piatta superficie da prateria dell’altopiano nascose gli spessi depositi insieme alle chiavi della più antica storia dell’uomo in essi contenuta. Tuttavia, in seguito a ulteriori movimenti della crosta terrestre, si formò più a oriente una nuova depressione; come risultato un nuovo corso d’acqua, che tagliava i vecchi depositi del lago, formò una gola profonda 75 metri. Sulle due sponde della gola v’erano gli ammassi stratificati dei depositi del lago e dei corsi d’acqua, che contenevano fossili di ossa e manufatti. Dalla locale popolazione di pastori Masai la gola era chiamata Olduvai, dal nome di un cactus selvatico della zona. Quando la gola fu inizialmente conosciuta dagli Europei, il nome fu modificato in Oldoway, ma ultimamente è stato riportato alla grafia iniziale.

    Quando il Tanganika (territorio facente parte della Tanzania) era, prima della I Guerra Mondiale, una colonia tedesca, l’entomologo tedesco, Kattwinkel fu il primo a far conoscere la gola alla scienza. Kattwinkel rinvenne alcuni fossili che erano affiorati dall’antico letto del fiume e li portò a Berlino.  Il risultato fu che, nel 1913, il geologo Hans Reck visitò la gola e si rese conto che questa era un’importante sorgente di fauna fossile del periodo Pleistocenico. Scoppiò la I Guerra Mondiale, e Hans Reck non poté ritornare alla Gola di Olduvai fino al 1931. In questo stesso periodo il giovane Louis Leakey aveva iniziato la sua carriera di archeologo e paleontologo.

    Rech, in senso scientifico, lasciò in eredità a Leakey la Gola di Olduvai. Hans Reck aveva detto che non esistevano testimonianze di cultura umana, ma solo ossa fossilizzate. Al contrario, Leakey dimostrò che esistevano abbondanti reperti di industria litica del primo periodo dell’Età della Pietra, e vi erano anche numerose testimonianze di pietre scheggiate a mano.

    Nel 1945 Leakey fu nominato sovrintendente del Coryndon Museum di Nairobi. Avendo come base il museo, Leakey e sua moglie Mary poterono condurre estesi scavi e ricerche archeologiche sul campo. Parte del loro lavoro fu condotto alla Gola di Olduvai.  Il risultato degli studi di Leakey sugli utensili in pietra dei vari strati di Olduvai furono pubblicati nel 1951 dando vita a uno schema di 11 periodi. Questi stadi andavano dai più rozzi ciottoli scheggiati per ottenere un bordo tagliente (chioppers) a una serie di asce a mano, fino a ‘mannaie’ (utensili taglienti dal bordo diritto). A eccezione di due pezzi di cranio e di una coppia di denti, fino al 1959 non furono rinvenuti fossili di ossa di uomini primitivi o di preominidi, nonostante il gran numero di ossa fossili d’animale trovate.

    Nel 1959, a Olduvai, Mary Leakey trovò pezzi di un cranio che, una volta restaurato, si mostrò essere il più completo cranio di Australopiteco mai conosciuto. Quel reperto segnò una svolta nelle ricerche sulle origini dell’uomo in Africa, e giustificò l’allargarsi e l’intensificarsi dei lavori nel sud e nel nord dell’Etiopia, nel Kenya, nella stessa Olduvai. La datazione stabilita per il rinvenimento di tale ominide è di 1,8 milioni di anni fa.

    Poco prima della morte di Louis Leakey, avvenuta nel 1972, il figlio Richard aveva compiuto scavi a est del lago Turkana (nel Kenya settentrionale) in depositi che risalivano a periodi precedenti a quelli di Olduvai. Qui scoprì un cranio quasi completo, noto come ER 1470 (il numero di catalogo nel museo del Kenya), risalente a oltre 2 milioni di anni fa.

    La Gola di Olduvai è quasi certamente il sito dell’uomo primitivo meglio studiato e meglio conosciuto, che ci fornisce inoltre ulteriori prove della coesistenza di gruppi di ominidi di specie diverse.

 

 

Sahara

    Molti pensano al Sahara come a un’infinita distesa formata solo di dune sabbiose. Ma non è così. Esistono nel Sahara enormi diversità: vaste aree di sabbia, ghelte (bacini naturali d’acqua), massicci rocciosi, oasi.

    Le regioni montuose del Sahara hanno avuto un’enorme importanza nella storia umana di ciò che è oggi il deserto. Questo perché, elevandosi al disopra delle pianure circostanti, queste aree montuose hanno una piovosità maggiore e attirano buona parte della esigua quantità di vapore acqueo disponibile. Nel passato l’effetto era maggiormente rilevante, quando il clima era più umido di quello odierno e la quantità di pioggia disponibile era maggiore. Ciò rese possibile la crescita di alcuni tipi di vegetazione che sono in seguito scomparsi.

    Questa vegetazione unitamente alla maggiore disponibilità d’acqua, permise lo sviluppo di una varietà di animali selvatici che non potrebbero vivere oggi in queste zone; tra le specie che popolavano la zona vi era l’uomo. Che le cose siano andate così è da tempo evidente poiché esistono sulle rocce del Sahara dei graffiti come elefanti, rinoceronti, giraffe e ippopotami, che oggi non popolano più questa zona.

    Ci sono due principali massicci montuosi nel Sahara: l’Hoggar, quasi al centro del Sahara, e il Tibesti, situato più a oriente. Oggi le pianure che circondano i massicci non ricevono praticamente pioggia. E’ negli anfratti dei massicci che sono conservati graffiti e dipinti, alcuni risalenti a 12000 anni fa, unici elementi archeologici.

    I graffiti e i dipinti del Tassili n’Ajjer furono conosciuti dagli Europei all’inizio del 1930, come risultato delle scoperte di un ufficiale del corpo dei cammellieri francesi. I suoi ritrovamenti colpirono l’immaginazione di Henri Lhote, e fu solo nel 1956 che questi poté organizzare una spedizione con mezzi sufficienti ad affrontare un’esplorazione delle superfici rocciose in questa vasta area e a prender nota dei disegni e dei graffiti trovati su queste.

 

 

Zimbabwe

    Il Grande Zimbabwe si trova nel paese che in passato era lo stato della Rhodesia e che oggi prende nome proprio da questo antico sito archeologico. Il sito è tuttavia denominato “Grande Zimbabwe” per distinguerlo dall’intero stato.

    Il Grande Zimbabwe è situato su un altopiano granitico, a 900-1200 metri di altitudine, che si innalza in mezzo al corso di due grandi fiumi che scorrono verso oriente: lo Zambesi, a nord, e il Limpopo, a sud. Questo paesaggio di savana alberata, esteso a est fino alle regioni montuose orientali, domina la pianura del Mozambico, più calda, più umida e più ricca di vegetazione. A occidente la savana diventa più rada, più calda e più arida, fino a trasformarsi nel deserto del Kalahari. L’altopiano si trova all’interno della zona abitata dalla popolazione di lingua Shona, dal cui linguaggio deriva appunto il sito, che può essere ‘dzimba dza babwe’ (case di pietra), oppure ‘dzima woye’ (case dei capi o tombe).

    Il nome trae quindi origine da un gruppo di vocaboli piuttosto che da un luogo particolare. Esistono infatti circa 200 rovine in pietra o ‘zimbabwe’ sull’altopiano, e di tutti questi il Grande Zimbabwe è solo il più noto e il più solenne. Alcuni di questi resti (‘rovine del tipo Khami’) sono diversi da quelli del Grande Zimbabwe e di altri siti analoghi, in quanto non hanno mura che si reggano liberamente. Presentano, invece, delle mura ‘terrazzate’ che servono a sostenere delle piattaforme sulle quali, a loro volta, sono state costruite delle capanne in cui abitare, fatte di pali e di malta. Sono di epoca più recente (XVI e XVII secolo) rispetto al tipo di ruderi del Grande Zimbabwe.

    Il primo straniero che raggiunse il Grande Zimbabwe fu un geologo tedesco, Carl Mauch nel 1871. Egli accettò con entusiasmo l’ipotesi che si trattasse delle ‘Miniere di Re Salomone’, come del resto fece anche Cecil Rhodes. Nel 1891 Theodore Bent, un viaggiatore e antiquario dilettante, compì degli scavi all’interno delle rovine e rimase disgustato dal fatto che “ogni cosa era indigena”. Nonostante questo, egli confrontò i reperti con altri oggetti similari provenienti dall’Arabia e concluse: “una razza del nord, proveniente dall’Arabia, aveva edificato quelle costruzioni andate poi in rovina“.

    Il primo vero e proprio archeologo che eseguì ricerche nel Grande Zimbabwe fu David Randall-McIver, il quale giunse alla conclusione che “le rovine erano costruzioni essenzialmente africane, non molto antiche“. Questa dichiarazione sfociò in una violenta polemica con Hall che era sostenuto dall’intera comunità bianca residente in Sudafrica. Nel 1929, la British Association si riunì in Sudafrica e in seguito a questa riunione, Gertrude Caton-Thompson, un’esperta e attenta archeologa, ebbe l’incarico di compiere ricerche sul sito del Grande Zimbabwe. Eseguì qui, e in altri quattro siti, estesi scavi, giungendo infine alla conclusione che il Grande Zimbabwe fosse “di costruzione africana, risalente al periodo medioevale“, conclusione che non fu accettata dai bianchi del Sudafrica.

    Negli ultimi anni del decennio 1950-60, l’architetto Antony Whitty eseguì la prima indagine completa su larga scala sulle costruzioni del Grande Zimbabwe e riuscì a dimostrare tutta la sequenza di diversi stili costruttivi. Mura con strati di pietre irregolari e sconnesse precedevano, nel tempo, mura con strati regolari di pietre squadrate seguite da mura con strati irregolari ma con pietre incastrate l’una sull’altra.  Nello stesso periodo altri due archeologi, Keith Robinson e R.F. Summers, eseguirono degli scavi servendosi anche della nuova tecnica di datazione al radiocarbonio, che non era stata ancora usata nei precedenti scavi. Il risultato degli scavi, dello studio dei reperti, del lavoro di Whitty sulle mura e della datazione al carbonio radioattivo li portò a individuare l’esistenza di quattro distinti periodi del Grande Zimbabwe.

    Il primo periodo, che corrispondeva a una modesta occupazione, era da intendersi tra il 100 e il 300 d.C.; il secondo tra il 350 e il 1050; il terzo periodo ai predecessori degli attuali Shona e databile tra il 1050 e il 1450, in questo periodo fu iniziata la costruzione delle mura. Il quarto e ultimo periodo di occupazione, che è collocato tra il 1400 e il 1800, vide la costruzione di gran parte delle mura ed è da attribuirsi all’arrivo di una nuova popolazione, identificata nei Rozwi. A questo periodo vengono fatte risalire le sculture in steatite di uccelli, bocce, falli e ornamenti in oro, rame e ferro.

 

Nigeria

    Molti hanno sentito parlare dell’antico regno del Benin, nella Nigeria meridionale. L’antico regno è conosciuto per i suoi bronzi (i ‘bronzi Benin’), famosi in tutto il mondo e visibili in vari musei, dopo che furono esportati da Benin in seguito alla spedizione punitiva britannica del 1897. Ben pochi hanno, invece, sentito parlare di Ife, pure nella Nigeria meridionale, poiché le sue opere d’arte sono meno numerose e sono rimaste per la gran parte nel luogo d’origine. Eppure sono più antiche di quelle del Benin, e anche la storia, che va gradatamente rivelandosi, dello sviluppo e del declino di Ife, è per molti aspetti certamente più interessante di quella di Benin.

    Ife è situata al centro di un’altura volta a nord, nella foresta equatoriale della Nigeria sud-occidentale, una posizione geografica che ebbe la sua importanza quando la città assunse il predominio. A differenza di Benin, nota ai Portoghesi sin dal 1485, Ife rimase sconosciuta agli Europei fino al XIX secolo.

    Per quanto concerne l’aspetto esteriore, Ife non è diversa da molte altre piccole, analoghe città Yoruba. Vi è un sistema di ‘mura’ fatte in realtà di bastioni di terra, alcuni dei quali risalgono al periodo delle guerre Yoruba del XIX secolo. Purtroppo non vi sopravvive più una tradizione di arti e mestieri, come invece sopravvive a Benin. Ma tra gli Yoruba, Ife è tuttora considerata la “città santa”, ove, secondo la tradizione, fu creato il mondo. Vi sono templi e boschetti sacri entro e attorno alla città, che si dice abbia un migliaio di dei. I capi degli altri regni e principati convalidano la loro autorità affermando di averla ricevuta dall’Oni (il re) di Ife.

    Vi è veramente qualcosa di eccezionale attorno alle opere d’arte che sono venute alla luce a Ife. Tre eccezionali sgabelli scolpiti nel quarzo furono donati a un ufficiale inglese dall’Oni nel 1896, e nel 1910 l’esploratore e antropologo tedesco Leo Frobenius ottenne un certo numero di teste di terracotta e una testa in lega di rame che erano state estratte dal suolo del boschetto di Olokun, la divinità del mare. Secondo Frobenius questa divinità raffigurava Poseidone, il dio greco del mare, e Ife sarebbe stata l’Atlantide perduta; un’antica colonia greca che aveva perso ogni contatto con la madre patria dopo che i Cartaginesi avevano conquistato il predominio del Mediterraneo occidentale. Frobenius basava le sue affermazioni sullo stile estremamente naturalistico presentato dalle opere di Ife, del tutto insolito nella tradizione africana.

    Molti restarono scettici di fronte alle affermazioni di Frobenius, finché l’interesse intorno a Ife si risvegliò di nuovo nel 1939 in seguito alla scoperta casuale di 17 teste in lega di rame, a grandezza naturale, tutte dello stesso stile naturalistico, una delle quali era molto simile alla già nota testa di Olokun. Vi era anche, in dimensioni minori, la testa e il tronco di una figura adorna di insegne regali. Tutte queste opere in metallo, modellate con arte assai raffinata e grande abilità tecnica, erano state prodotte col procedimento detto “a cera persa”: si fa dapprima un modello in cera dell’oggetto desiderato, modellandolo attorno a un’anima di argilla. Poi il modello di cera viene ricoperto di argilla e il tutto è riscaldato perché la cera possa sciogliersi e scorrere via. Il modello di argilla è quindi sistemato entro uno stampo resistente e all’interno (nell’intercapedine lasciata vuota dalla cera) viene colato rame e ottone fuso, che prendono in tal modo la forma voluta. Una volta raffreddato, il modello di argilla è spezzato.

    Questi nuovi reperti rinnovarono le ipotesi e le congetture sulla loro origine e sulla loro età; pochi furono d’accordo con Frobenius circa la teoria sull’Atlantide, ma le valutazioni oscillavano comunque tra il V e il XVIII secolo d.C. Il Dipartimento delle Antichità della Nigeria intraprese un certo numero di scavi, che nonostante abbiano portato alla luce un gran numero di terrecotte, tuttavia non contribuirono a far avanzare di un solo passo la soluzione del problema iniziale. Nel 1957 furono fatti ulteriori ritrovamenti di lavori fusi in lega di rame, tra cui una figura intera, eretta, alta 47 cm, molto simile a quella trovata in precedenza, ma di cui si era rinvenuto solo il capo e il tronco.

    Mentre si hanno soltanto una trentina di interessanti fusioni in metallo provenienti da Ife, il numero delle sculture in pietra è assai maggiore, ammontando in totale a circa 200.

    Uno dei tratti caratteristici del sito di Ife è la presenza di pavimentazioni fatte con pezzi di terrecotte spezzate (cocci) sistemate di taglio. Queste pavimentazioni di cocci non sono limitate a Ife, ma in questa città sono risultate assai più numerose che altrove. Proprio in considerazione della scoperta di queste numerose pavimentazioni di coccio, e della possibilità legata a queste di ricavare datazioni col radiocarbonio, si è in grado di asserire che il periodo delle pavimentazioni durò dall’inizio del XII fino a parte del XV secolo.

    Gli schemi delle pavimentazioni di cocci ritrovate indicano che queste erano usate soprattutto per i cortili delle case.

    Ife rappresenta anche un esempio di urbanizzazione indigena africana e di centralizzazione del potere che possono essere ricostruiti solo ipoteticamente.

    Verso la metà del primo millennio a.C. nello Yorubaland si trovava una popolazione agricola insediata da lungo tempo, che praticava la tecnologia del ferro. Essa, come tutte le popolazioni agricole preistoriche, sapeva che uno dei compiti della loro pratica agricola era di garantire la fertilità della terra e l’abbondanza dei raccolti, e credeva che questa fertilità dipendesse dalla benevolenza di potenze soprannaturali. Per ‘trattare’ con queste forze venivano modellate delle figure con caratteristiche particolari. Ife ha una collocazione geografica tale da utilizzare differenti nicchie ecologiche (savana, foresta, valle fluviale, costa), così nacquero specializzazioni in ogni settore di sfruttamento, promuovendo uno scambio interno di prodotti differenti. Tutto ciò favorì l’incremento demografico, intensificando lo sfruttamento agricolo e ambientale, e incentivando l’artigianato.

    Ora, quando si verificano in concomitanza le necessità di garantire la fertilità e di organizzare la distribuzione, si hanno le premesse perché si crei un “centro cerimoniale”, dove uno “specialista” di pratiche soprannaturali legate all’agricoltura è associato al sistema di scambi. Attraverso una serie di fatti come questi, Ife divenne un centro cerimoniale. I tributi, dati all’Oni in cambio dei suoi servigi, servivano a distribuire le risorse della regione e a conferire a Ife, e al suo Oni, una posizione di predominio.

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