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Lo Zodiaco Azteco

calendrier-maya A differenza degli Zodiaci tradizionali, quello Azteco è più complesso e, come per quello cinese, è diviso per anno.
In realtà la faccenda è ben più complessa, perchè ci sono diverse combinazioni.
Vado a spiegarmi:
L’astrologia Azteca è molto differente dalla nostra, il “conto dei segni” o “conto dei destini” è stabilito sulla base di 20 segni: il Coccodrillo, il Vento, la Casa, la Lucertola, il Serpente, la Morte, il Cervo, il Coniglio, l’Acqua, il Cane, la Scimmia, l’Erba secca, il Giunco, il Giaguaro, l’Aquila, l’Avvoltoio, il Movimento, la Silice, la Pioggia e il Fiore ai quali sono associati 13 numeri; si ottengono così 260 combinazioni che costituiscono i nomi dei giorni, si avrà quindi (es.) 5° giorno – Serpente, 3 – Erba secca, 13 – Giaguaro ed ogni data di nascita corrisponde così a un destino.
Poichè è ancora al vaglio di studi e il calcolo è davvero complesso, ci limiteremo in questa sezione a determinare, secondo l’anno di nascita, a quale Casa apparteniamo e quale divinità ci protegge, nonché scoprire se effettivamente le caratteristiche del nostro “essere” sono delineate secondo i suddetti canoni.


LE CASE:

GLI ANNI DI GIUNCO
Il Giunco è l’emblema dell’Est, associato al mondo della luce, della tradizione e del sapere. E’ un segno religioso.
se siete nati in un anno Giunco, avete un temperamento intellettuale, spesso contemplativo; ma l’intelligenza si accompagna spesso a una mancanza di cuore. Una certa diffidenza nelle relazioni con gli altri è dunque di rigore.


GLI ANNI SILICE
La Silice è l’emblema del Nord, associato al freddo, al rigore e all’austerità.
Nascere in un anno Silice predispone al coraggio e agli onori. Gli uomini hanno autorità, le spalle solide, solide convinzioni. Le donne hanno tante qualità; sono abili, sanno fare tutto, hanno cuore e intuizione. Coraggiose come gli uomini, ma mancanti di fantasia.


GLI ANNI CASA
La Casa è l’mblema dell’ovest, associato alla vecchiaia, al declino. Gli anni Csa sono più benefici per le donne che per gli uomini.
Nascere in un anno Casa significa diventare casalingo, amare la calma e la quiete, avere il senso della famiglia, della cultura e del passato. Il carattere è piuttosto conservatore, conformista, anche se gli uomini sono tentati dal gioco e le donne tendono alle scenate.


GLI ANNI CONIGLIO
Il Coniglio è l’emblema del sud, associato alla Luna, all’abbondanza e ai cambiamenti.
In nati in questa casa sono industriosi, calcolatori e opportunisti. Un po’ timorosi, sono spesso inquieti quando tutto va bene. Timidi, sanno trarsi d’impaccio. Rispettabili, animati da un grande senso di giustizia, il Coniglio è tutt’avia un gran lubrico che commette ogni sorta di stupidaggini.



LE DIVINITà:

IL SIGNORE DI TURCHESE
Dei 9 “Signori della Notte”, sembra essere il priù importante; è al primo posto della serie ed è rappresentato al centro delle assi cosmiche, circondato dalle altre otto divinità disposte a due a due ai quattro punti cardinali.
Prima dell’arrivo degli Aztechi, gli indigeni lo chiamavano “il vecchio dio”. Era rappresentato con il fuoco, ma questo fuoco coincideva con quello interno alla terra: fuoco vulcanico. Gli Aztechi lo hanno eterificato attribuendogli una dimensione cosmica: il turchese – simbolo dell’anno solare – evoca il fuoco celeste, la dinamica universale. In realtà per gli antichi abitanti del Messico i due caratteri del fuoco convivevano: esso era allo stesso tempo domestico e cosmico.
Il Signore di Turchese conferisce il suo calore e la sua potenza agli anni che governa. Simbolo di autorità, fondamentalmente è creatore d’ordine. Ma le sue collere sono temibili: sono le eruzioni vulcaniche che scuotono il mondo all’improvviso. Il dio del fuoco annuncia i periodi di straripamento, ebollizione e surriscaldamento che vengono a interrompere senza preavviso il corso normale delle cose.


IL SIGNORE DI OSSIDIANA
Secondo dio della seria dei nove reggenti, Il Signore di Ossidiana non è altro che un coltello di ossidiana reso antropomorfo. Egli incarna, riunendole, le virtù simboliche dell’ossidiana e del coltello sacrificale.
L’ossidiana, la lava vetrificata nera o verde bottiglia, era destinata nell’antichità precolombiana a importanti usi tecnici. La conoscenza Azteca della metallurgia era limitata all’oreficeria; tutte le armi e gli utensili erano in pietra levigata e/o scheggiata, preferibilmente in silice e ossidiana.
Quanto al coltello sacrificale, legato al sacrificio umano, era per gli Aztechi un segno di creazione: il sacrificio libera delle forze vitali e contribuisce al mantenimento del movimento cosmico.
Il Signore di Ossidiana diffonde, dunque, sugli esseri e sugli anni che governa, delle inluenze molto nette e incisive: li circonda con un’atmosfera austera, aspra, secca che mette alla prova i caratteri fragili. Ma procura delle qualità di creatività particolarmente favorevoli per i temperamenti agguerriti e pragmatici.


LA DEA DALLA GONNA DI GIADA
Figura importante del Pantheon messicaco, La Dea delle Acque Dolci, o dalla Gonna di Giada presuppone una differenziazione sessuale molto marcata: le donne sono molto donne, gli uomini molto uomini.
La dea regna sui ruscelli e le sorgenti. La sua gonna di pietre verdi è un’evocazione delle acque. La giada, tenuta in grande stima dagli Aztechi, indica che la dea è considerata preziosa. Il suo ruolo è benefico, dato che essa regge la principale fonte di vita: l’acqua. E’ un simbolo di fecondità e per estensione quello del sangue e dell’anno nuovo.
Ma l’acqua viene rappresentata generalmente sotto forma di flusso, immagine del tempo e del destino. Sotto lo sguardo della Dea dalla Gonna di Giada, il flusso trascina nei suoi mulinelli uomini, donne e beni materiali.
E’ un simbolo della precarietà delle cose della vita. La Dea dell’Acqua Sorgiva può portare l’abbondanza, ma non può far nulla contro i capricci della fortuna. Il carattere degli anni e delle persone poste sotto la sua reggenza è fluttuante.


IL DIO DEL MAIS
Quarto dei “signori della notte”, Centcolt, il vivace Dio del Mais, conferisce il vigore del suo dinamismo e lo slancio della sua giovinezza. Il mais è venerato dagli Aztechi perché costituisce la pianta base per il nutrimento. Il mais esisteva già allo stato selvatico sul suolo messicano sin dal neolitico, ma le pannocchie di allora non erano più grandi delle fragole: è stato l’uomo che a poco a poco ha trasformato laspecie allo scopo di ottenere le lunghe e pesanti pannocchie che conosciamo oggigiorno.
Il mais è dunque un simbolo di sussistenza e un indice di benessere materiale. L’influenza di Centcolt era molto apprezzata per questo motivo. Il giovane dio, associato all’est e alle forze di fertilità, è una divinità rassicurante. Pone gli anni che determina sotto il segno del rendimento e della produttività; ma esacerba incontestabilmente le tendenze materialistiche delle persone che protegge.


IL DIO DELLA PIOGGIA
E’ uno dei luminari del Pantheron azteco: in alto sul grande tempio del Messico, spatisce la preminenza conil “Colibrì di sinistra”, il dio tribale degli Aztechi. Tlaloc, il Dio della Pioggia, è un dio di origine tropicale. Fu dapprima venerato dalle popolazioni della costa del Golfo del Messico come dio della fertilità e dell’esuberanza vegetale, sotto le sembianze di una creatura mostruosa con la testa di serpente. Più tardi fu introdotto sull’Altopiano Centrale dove la sua personalità venne a sovrapporsi a quelle delle piccole divinità locali.
In Messico, Tlaloc è associato alle montagne, alle nuvole che si accumulano intorno alle loro cime, alla pioggia e alle tempeste.
Figura benefica, porta la fecondità e può generare l’abbondanza. Ma è in realtà un dio capriccioso, imprevedibile come il regime delle piogge nel clima messicano; e, dato che egli detiene la chiave della prosperità, si mostra esigente.
Presume un carattere impetuoso, talvolta violento, a immagine degli ammassamenti di nuvole che si mutano brutalmente in rovesci di piogge fecondatrici, ma torrenziali.


IL CUORE DELLA MONTAGNA
E’ l’ottavo dei “signori della notte”. Il Cuore della Montagna è una divinità messicana molto antica che gli Aztechi venerano sotto il doppio aspetto di un uomo barbuto e di un giaguaro. Si presume che abiti nei più profondi recessi delle grotte, ciè, nelle viscere della terra.
Si presenta come un dio tellurico, tetro e misterioso.
Ama la notte, il segreto. E’ il dio dell’interiorità per eccellenza. Il fatto che sia un dio giaguaro gli dà una certa ferocia di carattere. induce delle pulsioni aggressive, ma caratterizza allo stesso tempo delle personalità intrepide e ambiziose, ragionevoli e serie.
Se questo dio vi protegge, siete persone più esigenti con voi stesse che con gli altri. Fate parte della schiera degli “sgobboni”, nessun compito vi ripugna, neanche il più umile, il più difficile. In ogni circostanza fate sempre bella figura, anche se è soltanto per gli altri. Siete dotati di un orgoglio spesso giustificato. Gli uomini protetti da questa divinità sono esseri passionali; le donne si dimostrano attive, indipendenti e di liberi costumi.


IL SOLE
Per gli Aztechi il Sole è più un concetto che un dio; il sole con la S maiuscola è in effetti un simbolo dell’energia generale. In quanto principio vitale, essenza del movimento, non viene rappresentato. In compenso è incarnato in alcuni dei suoi tratti specifici: sole che sorge, sole a mezzogiorno, sole che tramonta, sole notturno, sole predatore, ecc.
Per gli antichi abitanti del Messico, il nostro sole attuale è un sole di fuoco, talvolta rappresentato da una farfalla. Nella nostra serie viene rappresentato come un giovane dio rosso con i capelli biondi.
E’ il terzo dei nove “signori della notte”. Viene invocato con il nome di “Venerabile Giovane Uomo”. Si tratta chiaramente di una personificazione del sole sorgente.
Induce ai caratteri aperti e raggianti. Gli anni e gli esseri che governa ricevono in modo omogeneo e regolare le sue influenze toniche: ardore, dinamismo, energia, foga, vitalità. Sono in genere anni e persone benefiche dotate di una intensa attività.


LA DEA DELLA BRUTTURA
Tlazolteolt, la Dea della Bruttura è la Venere impudica degli Aztechi. Figura in settima posizione nella serie dei “Signori della notte”. E’ una dea originaria delle regioni tropicali della costa del Golfo del Messico. Gli abitanti di queste contrade calde erano rinomati per la loro sessualità e la loro impudicizia.
La Dea della Bruttura, che ispira l’adulterio ed esacerba il desiderio carnale, è anche una dea del peccato. Ma siccome niente è univoco nel mondo azteco, essa è allo stesso tempo la dea del riscatto e della redenzione.
I primi missionari francescani si stupirono molto nel constatare che la dea dell’amore presiedeva a un rito di confessione molto simile a quello del rito cattolico romano. Però ci si poteva confessare una sola volta; perciò gli Aztechi aspettavano la vecchiaia per confessare i loro peccati carnali.
La Dea della Bruttura spinge agli eccessi e alla tentazione. Ma genera anche dei movimenti di sublimazione. In generale gli anni e gli esseri posti sotto la sua protezione si sottraggono alla malinconia.


IL SIGNORE DELL’INFERNO
L’inferno azteco si trova nelle viscere della terra, sotto le steppe di cactus del nord del Messico. E’ una regione fredda e tetra, senza alcuna comunicazione con il mondo della luce; i testi lo chiamano”il luogo senza porta né finestra, né il buco del camino”. E’ lì che vanno i defunti dopo la morte.
Ma il Dio dell’Inferno, quinto “Signore della notte”, non è percepito dagli Aztechi come nefasto o inquietante. E’ infatti, una delle rappresentazioni del Sole, nella sua versione notturna. Si circonda spesso di un’aureola di mistero.
Determina dei temperamenti poco espansivi e chiusi. Suscita un fortissimo desiderio di sicurezza che si compie simbolicamente in questo ritorno post mortem nel seno della terra madre. Ma principalmente l’influenza del dio si traduce nel ripiegamento su se stessi.
Se siete nati in un anno governato da lui, avete un carattere piuttosto introverso.
Quantunque questo si possa esprimere in modi diversi: con un’economia di gesti e di discorsi, come pure con una certa indifferenza per tutto.

Lo Zodiaco Egizio

(biiysa) = l’Oca è equivalente all’Ariete dello Zodiaco tradizionale:

   Nella sequenza dell’Ariete la raffigurazione della gamba simboleggia la stabilità, la sicurezza, la razionalità. Le due palme e le due stanghette rappresentano la ricerca della gloria, della ricchezza.

    L’Oca è l’animale sacro che si affianca all’Ariete. Essa incarna l’animale dei faraoni morti poiché lei è “il sole nato dalla particella primordiale”. Per gli Egizi era la messaggera del cielo e della terra.

    Quando era nominato un nuovo faraone, quattro oche selvagge erano lanciate ai quattro punti cardinali con la formula “Affrettati verso Sud e di’ agli dèi che il faraone ha preso la doppia corona. Vola con il vento verso Nord e di’ agli dèi che il faraone regna sulle Due Terre. Segui la luce di Ra verso Ovest e di’ agli dèi che il faraone siede sul trono delle Due Terre. Corri verso Est e di’ agli dèi che il caos è finito, le Due Terre ha un nuovo faraone”.

    L’Oca dà comprensione intellettuale e altruismo, magnetismo e vitalità, senso della conquista e dell’avventura, ma anche amore carnale e passione. Bruciante come il fuoco il dinamismo dei nati sotto questo segno può essere positivo se è diretto verso l’esterno e non verso loro stessi. Essi devono cercare l’equilibrio fra spirito e materia: vivere senza troppo sprecare le loro energie, senza gettarsi contro quegli ostacoli che possono invece aggirare. Sono attaccati al presente: lo ieri e il domani per loro non esiste.

(twrkAw’) = Api, il dio Nilo personificato dal Toro, è il Toro:

    Nella sequenza del Toro il panetto è il simbolo misterioso del segno. Il pulcino di quaglia e la voluta simboleggiano la giovinezza e la combattività. Qui la bocca significa azione, intraprendenza, ponderatezza. Il Toro, o meglio il simbolo del dio Api, è l’animale che si associa a questo segno. Il Toro egizio nasce dall’unione di una mucca con un fulmine. Bianco e nero, i suoi colori interpretano le fasi lunari. Nero per la Luna Nuova, bianco per la Luna Piena. Energia creatrice, incarnazione delle forze terrestri, strettamente connesso al temporale e al fiume, il Toro è simbolo di fertilità e fecondità.

    Esso dà una personalità ambivalente, ambigua. I nati in questo segno sono ugualmente possenti nel lavoro come nel piacere, un miscuglio di ogni istinto, di sensualità e voluttà. I loro sensi sono certamente terreni. La loro natura è animale: fiutare e gustare, sentire, palpare, vedere, toccare, capire, loro sono proprio così. Buona forchetta, hanno sete di vivere e la loro vitalità va di pari passo con una certa generosità. Sono passionali è vero, ma riescono a controllare bene questa particolarità.

(fiw’mmiw) = il Gatto, simbolo della dea Bastet, è i Gemelli:

    Il serpente simboleggia la sottigliezza, l’intelligenza; la palma singola, gli onori transitori e la civetta rappresenta il dualismo del segno, indeciso tra saggezza e follia. La voluta simboleggia anche in questo segno la combattività e il Gatto è l’animale sacro associato a questo segno.

    Egli è capace di vedere nella notte. La pupilla di questo felino sembra seguire le fasi lunari. Il gatto raffigura l’essenza delle cose. Esso unisce visibile e invisibile. In Egitto era a volte rappresentato con un coltello tra le zampe per recidere la testa del serpente delle tenebre. Non c’è da stupirsi, in effetti, la dea Bastet non era altro che l’antitesi amabile della dea vendicatrice Sekhmet, la leonessa.

    Il gatto dona ai nati del segno forza e agilità. La loro sensibilità si allea con la ricchezza della loro anima, mentre l’immaginazione gli consente di adattarsi a ogni più strana situazione. La capacità inventiva è associata a capacità pedagogiche. Attaccati alle cose, agli esseri viventi, possono sembrare possessivi e devono continuamente lottare contro questa tendenza.

(KA- Inpw- nr- hpr) = lo Scarabeo è il simbolo del Cancro:

    Le braccia levate, simbolo non solo del bilittero KA ma del KA, ossia l’essenza vitale, l’anima, e la raffigurazione del dio Anubi, rappresentano la tendenza al misticismo. L’acqua simboleggia l’elemento liquido che è proprio del segno del Cancro. La bocca nel caso specifico non è più simbolo di ponderatezza, ma di capacità di consiglio al prossimo e di introversione. Lo scarabeo è il simbolo sacro attribuito al Cancro. Rappresenta l’immortalità dell’anima che si reincarna di volta in volta. Gli Egizi ponevano sul cuore del defunto, e nei tempi romani al posto del cuore, uno scarabeo che il più delle volte riportava la dicitura: “Tu sei il KA che è nel mio corpo”.

    I nati nel segno dello scarabeo hanno immensa sensibilità e magnetismo, poteri medianici, coraggio e memoria. Amano misurare le proprie forze e vincere alla lunga. Sono molto ricettivi a captare messaggi occulti. Telepatici, medici, psicologi o astrologi, sono sempre attratti da cerimonie o riti. Ma devono fare in modo di cautelarsi e soprattutto non lasciarsi andare agli istinti e alle intuizioni. Devono insomma scegliere tra bene e male perché sono attratti da entrambi con lo stesso entusiasmo.

(Rw ii Aw) = il Falco, simbolo del dio Horo, è il Leone:

    Il leone simboleggia la potenza, le palme onori e vittorie, il pulcino la giovinezza e la voglia di vivere pienamente. Il Falco è l’animale sacro che si affianca al segno moderno del Leone. Esso, come figlio di Iside e Osiride, è il risultato finale della creazione. Re degli uccelli d’Egitto, Signore del Principio Celeste, dio del Fuoco e del Sole, il suo volo è ampio e di lui si dice: “Colui che è lontano”. Rapace, raffigura la maestà, il primo dei cinque nomi reali è quello di Horo, e paralizza i nemici del faraone. Il suo occhio è “quello che tutto vede” e, inoltre, rappresenta l’ascesa verso il Sole.

    Sono di carattere estroverso i nati in questo segno e possiedono una comprensione globale del mondo. Magnetici e ispirati, sono aperti ad attività diverse. In amore soddisfano il partner perché conoscono il vero senso del “dare”. Generosi sì, ma importa come e con chi, non si sprecano certo per nulla. L’egocentrismo è la loro debolezza, come il distinguere il vero dal falso. Gli è anche difficile rinunciare quando tengono a qualcosa. Lasciare la presa può voler dire, talvolta, alleggerirsi per volare in alto.

(fii -wDAt- r) = il Cane è il segno identificato per la Vergine:

    Il serpente simboleggia la prudenza e la regolarità. L’occhio il senso dell’osservazione e l’indipendenza spirituale. La bocca il carattere introverso del segno. Il Cane è l’animale sacro affiancato alla Vergine. Simbolo di fedeltà, vigilanza, intelligenza. Aveva il compito di imprigionare o distruggere i nemici della luce e di sorvegliare le porte dei luoghi sacri. Mediatore di intercessioni fra questo e l’altro mondo, permetteva ai vivi di interrogare i morti e gli dei. Eroe civilizzatore aveva rubato il fuoco divino al serpente e alle divinità celesti per portarlo agli uomini sulla punta della coda.

    Simbolo di perennità è anche un incontinente seduttore, straripante vitalità. Paziente, ordinato, metodico, dà equilibrio a spirito e materia. Il cane dà alla Vergine idee chiare e fermi propositi. I nati si preoccupano di ponderare ogni cosa e di essere semplici. Ma pensano anche di avere sempre ragione e gli è difficile essere indulgenti. Se fossero più tolleranti accetterebbero senza problemi i difetti degli altri.

(hb – rw – n – ms) = l’Ibis, simbolo del dio Thot, è la Bilancia:

    L’acqua simboleggia il rinnovamento, l’apertura dello spirito. Il bastone la giustizia e le volontà decisionale. L’Ibis è l’animale sacro che viene affiancato al segno della Bilancia. Per gli Egizi l’ibis era il simbolo della bellezza fisica e morale. Era raffigurato sia nero che bianco e nero. Proteggeva il paese dai coccodrilli e dai serpenti mangiando le loro uova. Era, nelle vesti del dio Thot, il protettore della tradizione e delle scienze, della scrittura e della medicina. Il Bianco e il Nero rappresentavano il Tutto, la luce e le tenebre, il giorno e la notte, l’evoluzione spirituale. Era colui che annunciava la piena del Nilo, era anche considerato un uccello lunare per il suo becco arcuato.

    I nati sotto l’Ibis hanno coscienza, sapienza intellettuale e intuizione. Comprendono i misteri del dualismo e hanno bisogno di essere in rapporto con gli altri. Sensibili e appassionati, hanno il successo in mano a condizione d’essere tolleranti e comprensivi. Ma devono fare degli sforzi per trovare la giusta misura fra realtà e finzione, fra bianco e nero.

(ms – t – wA – piiw) = L’ippopotamo è lo Scorpione:

    Nella sequenza il bastone traduce lo spirito di decisione, il panetto l’abbondanza, il laccio la volubilità, il quadratino che rappresenta la lettera P = la casa, è il materialismo. Le palme mondanità e prestigio, il pulcino la freschezza di spirito. L’ippopotamo è l’animale sacro del segno. Manifestazione della forza negativa sulla terra, nemico dell’uomo, l’Ippopotamo sconvolge i raccolti. Nell’antico Egitto, dei fiocinieri sacri erano incaricati di cacciarlo. Di sesso femminile, l’Ippopotamo fu anche venerato come segno di fecondità. Forza brutale che nessuno poteva addomesticare, rappresentava il desiderio e i suoi eccessi. Si diceva che ogni sua immersione nelle acque del Nilo provocasse un’inondazione promettendo abbondanza di raccolti.

    L’Ippopotamo infonde, ai nati del segno, preoccupazione sia per la vita che per la morte. Poiché esso è l’autunno, la decisione e la fermezza, la caduta delle foglie, il ritorno al caos in attesa della rinascita. Nella violenza della vita, essi fuggono la luce. Sensibili ai vortici dell’assurdo, ai drammi, hanno sete di soprannaturale e aspirano al divino.

(Ht – Diit – Inpw – r) = il Cobra è simbolo del Sagittario:

    L’anfora è l’ideogramma del cuore, questa, le palme e Anubi rappresentano la grandezza d’animo, la spiritualità nascosta. Il serpente eretto, simbolo solare, indica il rinnovamento, l’evoluzione del pensiero. Il panetto e la bocca la fiducia nel prossimo. Il Cobra, l’ureo dei faraoni, il serpente che si erge, è l’animale sacro al segno. Esso simboleggia il flusso vitale, il soffio della vita. Che orni la sommità dei templi o la testa dei faraoni, si concentrano in lui le proprietà del sole, vivificanti e fecondatrici, ma capaci anche di uccidere con la potenza del fuoco e con la siccità.

    Il Cobra dà ai suoi nati, acuto senso critico e profonda umanità. La ricerca del vero è una delle loro principali preoccupazioni. Abilissimi nel perseguire i propri fini, possono realizzarli partendo da niente. Sanno indirizzare le loro energie mobilitando ostinate volontà. Devono però trovare la loro indipendenza rispettando quella altrui, per essere sempre equanimi, per evitare di scontrarsi a caso o di essere parziali. Se lotteranno contro orgoglio e gelosia, che sono i loro punti deboli, potranno essere benevoli e severi.

(KAprii –  iabwAr) = il Coccodrillo, il dio Sobek, è il Capricorno:

    Il KA, la bocca e il tempio, rappresentano l’intimo, il privato. Le palme, il panetto e il laccio simboleggiano una ricchezza di famiglia felice e numerosa, sottolineando il carattere segreto del segno. Il Coccodrillo è l’animale sacro abbinato al capricorno. Vive nell’acqua e le appartiene, ma rappresenta anche il legane fra acqua e terra. I suoi occhi coperti da una membrana trasparente fanno di lui quello che vede senza essere visto. Simbolo di contraddizioni fondamentali, egli s’agita nella melma da cui è nata una lussureggiante vegetazione, ma divora altresì tutto ciò che esce dall’acqua. Conoscitore dei misteri della vita e della morte, è simbolo della sapienza occulta.

    Il Coccodrillo conferisce al segno un potenziale magico. I suoi nati possono avere grande influenza sugli altri, ma hanno paura di abusarne. La loro sensibilità unita a spirito razionale gli permette di salire la scala sociale con molta sicurezza a meno di voler andare troppo in alto e troppo presto. Devono evitare di sprecare le energie in inutili polemiche contraddizioni. Così impareranno a distinguere tra bontà e azioni gratuite.

(f – Inpw – rsw) = l’Avvoltoio è l’Acquario:

    Il serpente e la volontà di aprirsi al mondo. Anubi manifesta il lato mistico del segno. La bocca l’estroversione. Il ramo di papiro la rinascita e la prosperità. L’Avvoltoio è il suo animale sacro, egli proteggeva il Faraone e le sue ali ricoprivano i capi delle regine. Egli rigenera le forze vitali e le purifica. L’Avvoltoio è l’iniziato che ha abbandonato la vita profana per giungere alla divina saggezza.

    L’Avvoltoio dà ai nati del segno intraprendenza. Sono buoni oratori e hanno umanità e senso dell’amicizia. Dinamici, versatili, intelligenti, affascinano l’auditorio. Teatro e politica sono le materie in cui eccellono. Non possono barare perché sono sempre alla ricerca della verità. Dovrebbero cercare di comprendere gli altri e di accettarli come sono. La disponibilità è il loro punto di forza: l’instabilità, la loro debolezza. Tuttavia dovrebbero sempre dare retta alla loro coscienza.

(p – wDAt – w) = lo Sciacallo, il dio Anubi, è il Pesci:

    Il simbolo della casa indica rigore e determinazione. Il pulcino di quaglia è sinonimo di vitalità e giovinezza. L’occhio, la spiritualità. Lo Sciacallo è l’animale che protegge il segno. Anubi, il dio dalla testa di Sciacallo, guardiano delle anime accompagnava i morti nel loro ultimo viaggio lungo il Nilo. Mediatore tra terra e cielo non conosceva emozioni o sensibilità. Simbolo della morte e delle peregrinazioni dei defunti tanto che egli non arrivava mai nel paese dell’immortalità è anche simbolo di collera e sensualità, dei desideri smodati che sfuggono al controllo dello spirito.

    I nati sotto questo segno hanno adattamento a ogni difficoltà della vita e sanno condurre bene la barca del destino. Possono raggiungere sempre i loro scopi. Ma le troppe ambizioni e l’orgoglio smisurato saranno pericolosi. Devono impiegare le proprie forze con misura, senza nuocere agli altri. Hanno naturalmente coscienza della loro piccolezza di fronte al Cosmo. Con l’influenza dello Sciacallo credono alla provvidenza e sono consapevoli della loro nullità davanti ai grandi eventi.

    All’inizio del secondo millennio, nell’Africa occidentale doveva ripetersi, più o meno quanto era successo in Nubia: la salita, spesso vertiginosa, sempre gloriosa, di una serie di costruzioni politiche “nere”, attivate dai contatti con una civiltà più avanzata, che assume la funzione di plasmatrice e ispiratrice delle nuove entità.

    Alcuni caratteri sono comuni a tutta l’area e alle sue varie creazioni. Innanzitutto l’influenza dell’Islam. E’ probabile che gli imperi neri si sarebbero comunque formati anche senza questo influsso, ma esso rimane tuttavia importante, per tante ragioni: diede alle popolazioni locali la visione di un grande, solido, affascinante potere imperiale, esteso dall’Atlantico all’Oceano Indiano. Più importante ancora, introdusse nei paesi del Niger costumi e usanze islamiche; poco importava che i neo-convertiti osservassero, a dir poco con molta larghezza, i precetti coranici obbedendo assai più al loro istinto tribale: restava il fatto che, tramite la religione, entravano in contatto con il mondo “storico” e venivano a farne in qualche modo parte. Derivato dal modello arabo fu anche l’impianto della burocrazia “nera”, quando almeno si può parlare di burocrazia in sistemi così autocratici e al tempo stesso decentrati.

    Secondo elemento comune, il forte valore e potere militare degli Stati di colore: essi sorgono sempre per conquista militare, con la forza si mantengono, e solo con la forza sono soppiantati da altre creazioni. E si tratta di eserciti che sanno opporsi con vigore, e talvolta con successo, anche alle truppe dei paesi arabi, all’epoca forse il miglior congegno di guerra esistente al mondo.

    Ancora: ognuno di questi “imperi”, dai confini largamente indefiniti, ma ciononostante dalla non meno notevole importanza, finisce in un certo qual modo per porsi come erede di quello successivo, dando di conseguenza, per secoli, uno sviluppo comune alla storia dell’Africa occidentale. Al regno del Ghana successe quello del Mali; a questo, l’impero Songhai: popoli diversi confluiscono in una trama comune.

    Un ultimo punto ancor più significativo della struttura politica dell’area, è il modo comune con cui questi imperi si sono formati: sempre, all’origine, si trova un capo ambizioso e valoroso, che si presenta al popolo come designato e riesce a dare vigore e coesione a un gruppo tribale o a una federazione di tribù, li porta alla vittoria e stabilisce i confini dell’impero, che poi i successori mantengono e, raramente, sviluppano di molto. Emerge, quindi, tra l’XI e il XV secolo, una serie di condottieri di colore che condizionano la storia dell’intera Africa.

Burton e Speke

Nel II secolo a.C. Tolomeo, astronomo e geografo greco, aveva tracciato una carta su cui riportava i Monti della Luna alle cui pendici una regione lacustre dove nasce un primo fiume e, più a valle, un secondo corso d’acqua, proveniente da un altro lago, si congiunge al Nilo.

Questo fece nascere il problema sull’origine del Nilo Azzurro e del Nilo Bianco.

Lo scopritore del Nilo Azzurro fu Jemes Bruce, partito da Algeri nel 1765, si recò al Lago Tana e lo esplorò fino a trovare le cascate di Tississat. Convinto che questa fosse la sorgente del Nilo; risalì il Piccolo Abai, emissario principale del lago Tana e originario anche del Nilo, proclamò così di aver risolto il mistero. In realtà aveva localizzato le sorgenti del Nilo Azzurro.

Richard Francis Burton

In seguito la Royal Geographical Society e il Foreign Office organizzarono una missione ufficiale e l’affidarono a due esperti dell’Africa ed ex ufficiali dell’esercito delle Indie: John Hanning Speke e Richard Burton.

I due ex ufficiali partirono il 16 giugno 1857. Inizialmente la spedizione doveva essere così costituita:

100 portatori;

50 autoctoni per gli scambi commerciali, pagamento pedaggi e contatti con le popolazioni locali;

30 uomini armati come scorta.

John Hanning Speke

Ciò non fu possibile e i membri furono ridotti della metà. Carichi di pesi, i portatori, dovettero affrontare le avversità del territorio venendo, così, decimati dalla stanchezza e dalle malattie. Gli stessi Speke e Burton si ammalarono gravemente e furono costretti a sostare per qualche tempo a Kazeh.

Ripresa la marcia, Burton si diresse verso ovest, anche se la guida araba gli suggeriva di spingersi a nord verso il lago Nyanza.

Il 13 febbraio del 1858 i due raggiunsero il lago Tanganica, ma costretti nuovamente dalle malattie, sostarono a Ugigi. Speke rimase temporaneamente cieco per un’infiammazione oculare, Burton era quasi paralizzato. Ripresa l’esplorazione dell’estremità settentrionale del Tanganica, scoprirono l’imbocco del Ruzizi. Speke non aveva dubbi: non era il Nilo, il lago era a un’altitudine troppo bassa (772 m) per alimentare un fiume come il Nilo.

    Burton e Speke tornarono a Kazeh, intanto tra loro prendevano forma i primi attriti. Speke partì da solo verso nord, Burton, ancora malato, restò a Kazeh.

    Il 3 agosto 1858 Speke giunse a Mwanza dove scoprì il lago Nyanza (68.000 Kmq) e lo battezzò Vittoria. Senza cercarne uno sbocco, tornò a Kazeh e con Burton, incredulo, rientrarono a Londra.

    Contrariamente a quanto promesso a Burton, Speke comunicò alla Rolyal Geographical Society di aver trovato le sorgenti del Nilo.

    La diatriba che ne nacque spingerà Livingstone a cercare egli stesso le sorgenti per difendere e avvalorare la tesi di Burton.

    Speke ripartì per l’Africa con Jemes Augustus Grant, anch’egli ex ufficiale. Arrivati al Lago Vittoria, Speke e Grant si separarono per esplorare da due vie diverse il Lago: Grant verso nord e Speke verso est.

    Il 28 luglio 1862 Speke scoprì le cascate, battezzate Ripon, che confermarono la sua ipotesi: era il lago Vittoria a dare origine al Nilo.

    Tornati a Londra, la società geografica organizzò il faccia a faccia tra Speke e Barton, ma il giorno prima Speke muore misteriosamente in un incidente di caccia. Alcuni ipotizzarono il suicidio.

LE TOMBE TEBANE

La Valle dei Re

I faraoni tenevano alla loro morte così come alla loro vita, non trascurarono, pertanto, la propria ultima dimora, ricavata nel cuore della falesia che domina Tebe Ovest: la sua cima a mo’ di piramide sostituisce quelle costruite nell’Antico e Medio Regno.

Amenophi I dà inizio a un nuovo tipo di sepoltura: la tomba ha una pianta a gomito e sarà mantenuta per la gran parte della XVIII^ dinastia. Un lungo corridoio discendente termina con un pozzo profondo, di là del quale vi è la sala del sarcofago. Il pozzo è una protezione contro i ladri e, al contempo, una cisterna per eventuali infiltrazioni d’acqua. La sala del sarcofago è preceduta da una sala che fa le veci dell’anticamera delle piramidi.

    Da Tutmosi I fino alla fine del Nuovo Regno le tombe si trovano nella cosiddetta Valle dei Re. Qui le tombe sono scavate nella roccia secondo disegni precisi: si scavava fino alla sala del sarcofago al centro della quale erano ricavati pilastri quadrati. All’esterno sono chiuse da una porta tagliata nella roccia: Porta dei Re. Il corridoio discendente cambia continuamente, da un asse curvo sotto Tutmosi III a un angolo retto sotto Amenophi II; poi si spezza due volte ad angolo retto e poi si passa a un asse rettilineo: Canna di Flauto. La sala del sarcofago subisce diverse trasformazioni: le si arrotondano gli angoli per farla somigliare a un cartiglio reale; poi la si raddoppia in anticamera e sala del sarcofago; l’anticamera è posta poco più in alto rispetto alla sala del sarcofago e arricchita da sei pilastri quadrati, tutte le sezioni della tomba sono separate da chiusure in legno.

Le pareti delle camere erano decorate con scene di carattere religioso, che simbolicamente raffiguravano il viaggio di Ra nell’Oltretomba: dopo il tramonto, il dio affrontava i pericoli della notte e i demoni per poter rinascere l’indomani all’orizzonte.

La quotidiana vicenda di Ra che risorge trionfante all’alba, rappresentava per gli antichi Egizi la rinascita del faraone, espressione terrena della divinità solare, ma anche la speranza nell’immortalità dell’anima.

Fino a oggi nella Valle dei Re sono state rinvenute una sessantina di tombe, quasi tutte depredate durante i secoli. Come è noto, l’unica tomba giunta intatta è quella del faraone Tutankhamon.

   Tra le tombe più belle c’è quella di Seti I, lunga 150 m., la sua architettura rituale è divisa in due parti: la prima termina in una piccola sala a due pilastri e precede un pozzo, la seconda termina nella sala del sarcofago che da questo momento ha il soffitto a volta. Tra la XIX^ e la XX^ dinastia l’asse è perfettamente rettilineo salvo alcune eccezioni, scompare il pozzo, sostituito da una sala delle stesse dimensioni e la sala del sarcofago è posta al centro della grande sala a pilastri.

    L’orientamento è diverso per ogni tomba, ma secondo il pensiero religioso del tempo troviamo l’entrata a sud e la sala del sarcofago a nord.

 

La Valle delle Regine

   Questa valle è meno disagevole rispetto a quella dei re ed è più vicina al villaggio dei lavoratori (Deir el-Medina), al quale è collegata attraverso un sentiero che oltrepassa le alture della falesia.

    Lungo il passaggio d’accesso si trovano alcune steli di Ramesse III e incisioni dedicate a Osiride e ad Anubi.

    Le tombe destinate alle regine e ai principi erano di dimensioni più modeste rispetto a quelle dei faraoni e si differenziano anche per i temi raffigurati sulle pareti: il più delle volte scene familiari.

La tomba più bella è quella di Nefertari, moglie di Ramesse II ed è importante soprattutto per le splendide raffigurazioni. La tomba fu scoperta dall’archeologo italiano Ernesto Schiapparelli e restaurata dalla fondazione italiana Memmo. La sua pianta riproduce la seconda parte della tomba di Ramesse II, con anticamera, corridoio con scala, e sala a pilastri con cripta centrale. Una splendida riproduzione in scala si trova nel Museo Egizio di Torino.

    Le altre sepolture si separano nettamente dai vasti palazzi sotterranei dei re, sono solitamente divise su due piani: il luogo di culto e la sala del sarcofago, separati da un pozzo. La parte di culto è quella più importante ed è costituita da un’ampia sala che serve da vestibolo a una stretta e lunga sala, ed è preceduta a sua volta da un cortile.

    Sinora si contano un’ottantina di tombe.

 

La Valle dei Nobili

Le tombe dei dignitari di corte si estendono su tre pianori tra loro contigui. Si distinguono da quelle reali per la semplicità dell’architettura e per i soggetti illustrati: solitamente scene di vita inerenti la propria carriera o il ruolo raggiunto; a volte sono riportate imprese per le quali si è ricevuto un premio o un riconoscimento da parte del faraone.

Le tombe, scavate nella roccia, erano precedute da un corto palco e l’ingresso era, a volte, sormontato da una piccola piramide. Attorno e nel vestibolo erano poste delle steli funerarie con scritte e scene di vita.

 

Deir el-Medina

   Questa parte di Tebe Ovest era una vera città, carat-terizzata da un’ampia zona abitativa per le famiglie di tutti i lavoratori addetti alle sepolture: scavatori, incisori, decoratori, ecc.    E la zona in cui essi stessi venivano sepolti.

    Le tombe di questa zona hanno un’architettura più originale: una piramide in mattoni sopra il portico d’ingresso è imbiancata a calce e sormontata da un “pyramidion” in calcare e, sulla faccia orientale, vi era incastrata una stele arcuata. Si accede in fondo alla cripta da un cortile rettangolare seguito da un pozzo.

Giovanni Miani

Anche l’Italia dell’Ottocento ha dato il suo contributo all’esplorazione geografica e una delle figure di rilievo è quella di Giovanni Miani.

Di padre ignoto e di una merciaia, crebbe presso la casa di un signore veneziano. La sua educazione fu prettamente ispirata da tale figura che, in seguito, lo lascerà erede. Nella casa del generoso signore, Miani studia le arti e le lettere, ha l’opportunità di viaggiare e matura sentimenti risorgimentali.

A seguito della seconda guerra di indipendenza, Miani giunge esule in Medio Oriente e di qui in Sudan.

E’ proprio dal Sudan che comincia la sua carriera di esploratore: disegna una mappa della regione nilotica che pervenuta alla Società di geografia di Parigi, gli porta vari riconoscimenti e l’incarico di una spedizione alla ricerca delle sorgenti del Nilo.

    Nel 1859, Miani, parte dal Cairo costeggiando il Nilo e arrivando, dopo un lungo e faticoso viaggio, a una delle latitudini più a sud del Nilo: a pochi chilometri dal lago Alberto. Infatti, convinto di aver fallito, decise di tornare indietro non ritenendo giusto approfittare delle sovvenzioni.

    Nel 1871, Miani riceve una seconda missione: esplorare la zona tra il Sudan e il Congo settentrionale, la regione dei Manbuttu e BaNgakoi. Questa missione è commissionata e sovvenzionata dal governo egiziano, ma il loro aiuto, sia economico sia pratico, è scarso. Per i trasporti entro la regione, lo affidano a una carovana di mercanti; l’equipaggiamento è scarso. I mercanti approfittano della situazione privando Miani di tutto e lasciandolo solo in una regione nella quale si diceva vi fossero tribù antropofaghe.

    Vecchio, stanco e malato, Miani muore solo in queste regioni. Alcuni anni dopo, Casati, esplorando la zona, ne ritroverà i resti.

David Livingstone

Tra i viaggiatori più noti spicca la figura di David Livingstone, il quale arrivò in Africa australe nel 1840 come medico missionario presso il deserto del Kalahari, nel villaggio Kuruman. Costretto a partire dopo circa due anni per una sommossa da parte dei boeri, comincia la sua vita da viaggiatore esplorando zone non conosciute.

La sua prima impresa fu inerente all’individuazione del Lago Ngami, riconosciutagli dalla Royal Geographical Society. E’ in seguito a questo riconoscimento che Livingstone intraprende la ‘professione’ dell’esploratore.

    Nel 1851 Livingstone parte dando inizio alla sua nuova carriera e stringe amicizia con i Kololos dello Zambesi.

    Dopo la separazione con la famiglia -la moglie Mary e i figli- il suo obiettivo fu di tracciare una rotta che attraversasse l’Africa del Sud, da costa a costa, evitando i boeri: il programma prevedeva la risalita dello Zambesi, fin dove era possibile, per poi avventurarsi verso occidente e raggiungere l’Atlantico. Il tragitto previsto era di 1800 Km.

    Livingstone organizza, con l’aiuto dei Kololos, una spedizione e nel 1853 inizia la sua avventura. Dove non è possibile navigare lo Zambesi con il battello, Livingstone viaggia a dorso di un bue, ma l’andamento della spedizione via terra è difficile: la vegetazione è troppo fitta e crea disagi non meno del caldo torrido e soffocante.

    La spedizione arriva all’Oceano Atlantico il 31 maggio 1854, Livingstone è sfinito e si ferma per circa tre mesi redigendo un rapporto per la Royal Geographical Society; quando riparte, ripercorre la strada dell’andata.

    Al rientro, Livingstone, traccia i conti del viaggio: tra l’andata e il ritorno ha percorso 4000 Km, ha perso imbarcazioni, provviste, uomini e deviato diversi percorsi. La via non è regolarmente utilizzabile.

    Nel settembre 1855 organizza un’altra spedizione, sempre con l’aiuto dei Kololos, e parte verso oriente. Mentre costeggia lo Zambesi verso valle, il 17 novembre, Livingstone scorge le cascate maestose che battezza “Cascate Vittoria”. Ma nell’attraversare una regione deserta nei pressi delle cascate, si trova a fronteggiare l’ostilità dei bianchi che lo costringono a diverse deviazioni. Arriva sulla costa dell’Oceano Indiano ormai esausto. Nel 1856 la traversata da una parte all’altra del cono meridionale dell’Africa si conclude con il risultato di un ennesimo fallimento: anche la strada verso est è impraticabile.

    Da Quelimane, sull’Oceano Indiano, Livingstone torna in Inghilterra dove si dedica alla stesura dei suoi viaggi e delle sue conoscenze nel libro Missionary Travels and Researches in South Africa.

    Nel 1858, Livingstone parte per l’Africa come console per il Foreign Office e scopre il Lago Niassa, oggi conosciuto come Malawi; ma la missione affidatagli, fondare delle missioni nello Zambesi, fallisce.

    Rientrato in Inghilterra nel 1863, scrive il libro Narrative of an Expedition to the Zambesi and its Tributaries.

    Interessato alla disputa tra Speke e Burton riguardo alle sorgenti del Nilo, Livingstone ottiene il finanziamento dal Foreign Office e dalla Royal Geographical Society per una spedizione nella regione dei ‘grandi laghi’.

    Sbarca alle foci del Ruvuma nel 1866 e, seguendo la pista nord-ovest, arriva ai laghi Niassa e Tanganica. Scopre il Lago Moreo e un suo emissario, il fiume Lualaba che Livingstone ritiene essere il Nilo. Di quest’ultimo, Livingstone, ritiene che il lago Bangueolo, a sud del Moreo, sia la sorgente. Le sue ipotesi non possono essere convalidate a causa di un’improvvisa deficienza fisica e alla contemporanea perdita della cassa dei farmaci. E’ così costretto a ritirarsi a Ugigi sul Tanganica e di là a Lualaba per ridiscendere il corso, ma gli arabi ne intralciano la missione e rientra a Ugigi.

    In Europa si perdono le tracce di Livingstone per tre anni, quando il 10 novembre del 1871, Henry Morton Stanley arriva a Ugigi.

    A inviarlo in Africa alla ricerca di Livingstone, fu il direttore del “New York Herald” di cui Stanley era un inviato speciale. Il direttore statunitense era convinto che se l’impresa avesse avuto esito positivo, il giornale avrebbe ottenuto grande prestigio, come poi avvenne.

    L’incontro tra Stanley e Livingstone passò alla storia per via di una frase di Stanley divenuta celebre: “Doctor Livingstone, I presume?

    I due nutrono subito una reciproca simpatia e decidono di circumnavigare il Lago Tanganica. L’impresa durò un mese e confermò le ipotesi di Burton: il Ruzizi si immette nel lago invece di uscirne, quindi non può essere il Nilo.

    I due si separano nel 1872 e Livingstone si mette alla ricerca delle ipotetiche sorgenti del Nilo raggiungendo la regione del lago Bangueolo. A causa della salute cagionevole, commette diversi errori di orientamento perdendosi.

    Livingstone è convinto che il Lualaba – nel primo tratto il Congo –  e il Nilo, siano lo stesso fiume. Non saprà mai di aver torto.

    Il 1° maggio 1873, Livingstone viene trovato morto a Chitambo, un villaggio della regione Ilala. Venne, poi, sepolto nell’aprile 1874 nell’abbazia di Westminster.